REVOLVER

rumori nella notte del conformismo

Siamo stati dei goliardici corsari

Pubblichiamo la prefazione di “Ritratti” a cura del nostro editore Vincenzo Bovino

 

Sono stato indotto ad aprire la stanza dei ricordi per rovistare tra vecchie riviste, fogli di progetti mancati e scatole fragranti dal gusto leggermente amaro. Questa piccola storia non si doveva raccontare e, questa raccolta di scritti non si doveva pubblicare. Successivamente qualcosa è cambiato e ha prevalso la necessità di fare i conti con un frammento del proprio passato.

Dodici anni sembrano pochi ma in un tempo così accelerato sono molti e la sensazione è quella di raccontare una vicenda che appartiene a un’altra epoca. Sono cambiati gli ambienti politici e culturali che frequentavamo, le relazioni intrecciate, riprese o recise con gli altri e siamo cambiati noi: modificazioni di ordine fisico, psicologico, intellettuale e comportamentale.

Riavvolgiamo il nastro dei ricordi.

Era una flemmatica giornata di ottobre del 2013 quando ci ritrovammo in tre, a Roma, all’incrocio tra Piazza dell’Esquilino e Via Urbana, seduti al tavolo di un Pub che ora non c’è più. Lontano dai soliti posti che frequentavamo, come se avessimo bisogno di stare ad una certa distanza di sicurezza dalle nostre certezze.

Avevamo poco più di trent’anni. Belli e dannati? No, né l’uno né l’altro. Qui non c’è posto per James Dean. Eravamo sicuramente degli irregolari e avvertivamo quel senso di smarrimento tipico di quei reduci che dopo una lunga e intensa battaglia fisica e interiore, faticano a rientrare nella routine quotidiana. Tutti e tre venivamo da esperienze di militanza politica: stesso ambiente culturale ma con gradazioni e approcci diversi. Che ci faccio qui? Era il titolo di una celebre raccolta di scritti di Bruce Chatwin e anche noi ce lo chiedevamo sorridendo. Tre sopravvissuti a quella zona caotica delle riviste underground alla ricerca di una ragione per andare avanti su quella strada. Ostinati fino in fondo. Abbozzammo qualche idea. Mancava tutto quello che serviva per strutturare una nuova iniziativa editoriale e pensammo che fosse il caso di arrangiarci e solo Internet ci offriva questa possibilità.

Il nostro stato d’animo gaudente fu decisivo per iniziare, la nostra reazione istintiva ci spinse a imbastire in poco tempo e con pochi mezzi Revolver. Una “webzine”, ibrido tra blog e rivista “per tutti e per nessuno”, parafrasando Nietzsche. Il tentativo di uscire dal fortilizio dove ci eravamo chiusi. Il nome era volutamente ambiguo, doveva spargere una sottile inquietudine, mentre noi ci riempivamo di risate. Revolver era soprattutto una rassegna di scritti di politica, idee, episodi e personaggi. Era il 28 ottobre quando uscì il primo articolo e non è mia abitudine usare toni retorici né apologetici, avendo contribuito a quell’avventura.

Revolver aveva la giocosa libertà di poter essere leggero e scanzonato sui temi dell’attualità, pur fregandosene della semplice cronaca e, contemporaneamente, permettersi divagazioni complesse, aprendo dibattiti che appassionavano i lettori. Pochi e buoni.

Nel frattempo il blog era diventato Il Revolver e furono pubblicati anche nove numeri cartacei, incredibili e oggi introvabili, con periodicità irregolare. La rivista era venduta ad un prezzo irrisorio, non la trovavi in qualche libreria alla moda, ma veniva distribuita attraverso un enigmatico passaparola per pochi ma agguerriti devoti. Eravamo sempre in lotta, in perenne minoranza. Leggere i comunicati stampa ci pareva l’ecatombe dell’intelligenza, accontentarsi di ciò che proponeva il mercato culturale un mercimonio, una tavola apparecchiata di noia. Andavamo alla ricerca di libri rari e pensieri aguzzi, idee politiche radicali e scoprivamo piccoli editori sotterranei e scrittori intrepidi come corsari. Nei primi mesi abbiamo avuto la consuetudine di non firmarci; poi di firmarci con pseudonimi, raramente con il nostro nome. Eravamo contemporaneamente popolari e aristocratici, fuori dal mondo o così distanti, da scrivere riflessioni e articoli per il gusto, senza alcuna attinenza editoriale, senza altro pretesto che l’estro momentaneo, il desiderio, l’eros del logos.

Ci siamo divertiti a sparare nella notte del conformismo e a deridere chi si atteggiava ad anticonformista. I primi anni sono stati i migliori, quando siamo arrivati persino in tipografia. ma poi qualcosa è andato storto, tra incomprensioni e defezioni improvvise, lo spirito iniziale è andato perduto, ma non è stata una tragedia.

Infatti, il ricordo più bello, è quello delle risate piene che ci siamo fatti con tutti coloro che ci hanno accompagnato in questo viaggio. Ora guardo a quegli anni e rileggo nell’archivio gli oltre 500 articoli che contraddistinsero la storia di Revolver, fino alla chiusura senza troppi rimpianti nel marzo 2021 e penso alle parole di Robert Brasillach, sull’eminente dignità del provvisorio.

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Ritratti

Ho raccolto alcuni degli articoli più significativi della rubrica “uomini e dèi” apparsa in questi anni su Revolver, tra il 2014 e il 2021, più due scritti inediti del 2025.

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La storia di questa avventura editoriale è raccontata nella prefazione

La sigaretta è il bersaglio perfetto della censura perbenista

 

Jane Birkin & Serge Gainsbourg

 

In Francia è entrata in vigore una legge che vieta di accendersi una sigaretta nelle spiagge e nei parchi pubblici, alle fermate dell’autobus, davanti alle biblioteche, alle scuole e alle piscine. La motivazione è data dalla necessità, secondo il governo, di estendere il divieto in tutti gli spazi all’aperto in cui possono esserci dei minori.

Nelle librerie di Saint-Germain-des-Prés si vendono le cartoline con il volto di Albert Camus, Roland Barthes, Serge Gainsbourg o di Brigitte Bardot. Sono solo alcuni dei protagonisti di quella stagione artistica e intellettuale che ha consentito a Parigi di essere una delle capitali riconosciute del pensiero occidentale contemporaneo. Ad accomunare individui così diversi c’è qualcosa tra le dita e tra le labbra: una sigaretta, un sigaro o una pipa. Sono stati loro a trasformare quei café – come il Flore o il Deux Magots, in luoghi simbolo della città e di uno stile di vita.

Gli esistenzialisti non esistono senza il caffè o la birra consumati guardando passare la gente, immersi in una conversazione tra i rivoli di fumo. Sigarette e sigari hanno accompagnato il Novecento intellettuale non solo parigino. Una Gauloises accesa è icona della ville lumière. L’atto del fumo appartiene a uno stile di vita lento, poco propenso ai compromessi con la frenesia e il produttivismo assoluto. Le foto di un pacchetto di morbido di Gitanes appoggiato su un tavolo tondo di marmo con i piedi di ghisa, vicino a una bottiglia di Perrier o una tazza di caffè, richiamano subito Parigi. È più identitaria di un’immagine del Louvre o della Torre Eiffel.

La ministra Catherine Vautrin è stata chiara: “I parchi, le spiagge, le scuole, sono luoghi in cui giocare, imparare, respirare”. L’obiettivo è di creare “una generazione libera dal tabacco” entro il 2032.

L’idea di una generazione “smoke free” è tanto cara a molti politici e a certi settori della società civile organizzata, quelli bravi e convinti di stare sempre dalla parte giusta. La lotta al fumo diventa una battaglia civile, un’arma di distrazione di massa da cose ben più fastidiose per la nostra società. È un proibizionismo mascherato da ambientalismo generico e modaiolo perché se fai qualcosa per l’ambiente, anche senza dati e spiegazioni, è tutto giustificato per il “democratico sincero”.

Continuando con questa tendenza finiremo come ai tempi del proibizionismo americano negli anni Venti che fece arricchire la famiglia Kennedy e Al Capone – quando spuntarono locali segreti e camuffati, “speakeasy” nei vialetti più scuri dove bere liberamente. Accadrà probabilmente con i cultori del tabacco, saranno proprio i fumatori a difendere gli ultimi bastioni della libertà in questa società del controllo dispotico sanitario. Non ci stupiremo se metteranno gli adesivi sopra la pipa di Van Gogh o di Magritte, oppure nasconderanno il quadro di Manet che ritrae Mallarmé rilassato con il sigaro. Chiederanno a qualche solerte grafico che sorseggia bubble tea, di cancellare il sigaro in bocca a Clint Eastwood con il poncho nei film di Sergio Leone?

Oggi non c’è spazio per il pensiero liberale applicato ai vizi e al godimento, o meglio, solo alcuni vizi sono contemplati dai conformisti della salute pubblica. Ovviamente questa demonizzazione del tabacco e della sigaretta non è così aggressiva nei confronti della sigaretta elettronica in tutte le sue orribili varianti fruttate, protesi ricaricabili del vizio, così come non riscuote troppi fastidi la progressiva liberalizzazione della marijuana. Nell’epoca del decoro e della pulizia a tinte morali, la cenere e la cicca sono detriti inaccettabili, la sigaretta è così diventata il simbolo di ogni male, il bersaglio perfetto della censura perbenista. Ma tanto la morte vi aspetta anche se non fumate.

Noi e la dimensione della guerra

“La realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci non sparisce”, affermava lo scrittore visionario Philip k. Dick e proprio per questa semplice ragione, quello che accade al di fuori del nostro spazio di sicurezza domestica non ci difende automaticamente dalle brutture esterne. La violenza non sparisce e non si cancella perché abbiamo scelto di essere più pacifici o perché abbiamo scritto con un tratto di penna nella costituzione, il ripudio della guerra. E senza neanche saperci spiegare come o perché, ci siamo ritrovati di nuovo immersi nella Storia, solo che adesso non ci sarà sempre uno più cattivo, disposto a fare il lavoro sporco al posto nostro. La nostra oasi di benessere e sicurezza non è un diritto acquisito e consolidato, né un dato di natura, gli italiani tendono a dimenticarsi troppo spesso della storia e del sangue necessario per ottenere certi risultati.

Detto in questi termini, il discorso è brutale, ma preferiamo essere diretti piuttosto che abusare di gradevoli giri di parole. Siamo entrati in un’epoca in cui linee rosse, attori politici e poste in gioco sono sempre più complicate da definire, quel che è certo siamo dentro la dimensione della guerra. In tutti i quadranti del pianeta si diffondono conflitti a bassa intensità, guerre civili ed etniche e lotte feroci di varia natura. Negli ultimi dieci anni i conflitti attivi sono raddoppiati, le vecchie gerarchie del mondo post seconda guerra mondiale e i tradizionali punti di riferimento, sono sfocati. Poco distante dalle porte di casa, nel Mediterraneo, in Europa Orientale, nel Nord Africa e nel Medio Oriente, proliferano pericolosi vuoti di potere e gli Stati si indeboliscono lentamente.

Il disordine in progressiva espansione non è casuale né temporaneo, né la somma di conflitti locali ma sono tutti caratterizzati da una logica. L’invasione russa, gli scontri tra Israele e Iran, le tensioni a Taiwan e nell’Indo Pacifico sono il risultato del medesimo fenomeno: la transizione egemonica, la crisi della cosiddetta pax americana e il lento passaggio verso un nuovo ordine. Un lungo interregno caratterizzato dal disordine e dal predominio dei rapporti di forza. Il punto è che gli Stati Uniti seppure egemoni, non sono mai stati in grado di rifare il mondo a propria immagine e somiglianza e tutti se ne sono accorti, tranne gli ingenui che concepiscono la politica estera come un banchetto fatto di cordialità e colori dell’arcobaleno.

Le principali crisi che oggi sconvolgono il pianeta si innescano nella zona grigia e tra le linee di frattura dell’Impero informale americano. Gli avversari sfidano Washington là dove le sue capacità di intervento e garanzia di sicurezza sono più fragili. Nel mondo senza centro, le vecchie regole non contano più, alle norme convenzionali condivise, si preferiscono i rapporti di forza, molto di più che nei decenni passati. In Italia ci scopriamo impreparati e con pochi strumenti materiali e culturali per affrontare il nuovo mondo e la lunga transizione. Continuiamo ad accodarci a qualcuno alla ricerca di risposte che dobbiamo prima individuare in noi stessi. La realtà ha smesso di rispondere ai nostri desideri e interessi. Qui a Roma si sono illusi che le guerre del futuro si sarebbero combattute a colpi di sanzioni, diplomazia e missioni di pace dove i soldati andavano a distribuire beni alimentari e invece il ventunesimo secolo sarà ancora all’insegna di Marte, dio della guerra.

Fantapolitica e realtà

La fantapolitica è forse più reale della politica? La domanda, prima ancora che a retroscenisti e politologi, andrebbe rivolta a Philip Kindred Dick. Per quanto se ne sia andato il 2 marzo del 1982, pochi come lui sono riusciti a immaginare con altrettanta lungimiranza il futuro che sta prendendo forma. Cosa è reale e cosa non lo è? Questo è il sottofondo di tutti i suoi scritti.

«Non crederete che la realtà che ci circonda sia solo quella che vediamo – avvertiva il padre della fantascienza moderna – perché proprio come le scenografie teatrali nascondono le impalcature che le sorreggono, così il mondo ci nasconde le strutture sulle quali è appoggiato».

Le sue opere sembrano allontanarsi dalla realtà – a volte, sorprendentemente, anticipandola – e invece mirano a scoprire le travi che sorreggono il tetto della Realtà.

Perché la fantascienza non è semplice evasione, come qualcuno insinua, ma può rappresentare anche uno sguardo “altro” sulle possibilità alternative. Il confine tra fantascienza e iper-realismo è sottile, proprio come quello tra fantapolitica e politica. Chi di noi può dire di sapere con certezza chi è a muovere i fili? E se gli attori protagonisti fossero semplici comparse? «La mutevole informazione che noi percepiamo come mondo è una narrazione in via di svolgimento», osserva Dick. La nostra vita è reale o siamo intrappolati, a beneficio di altri, in un Truman Show? Film, quest’ultimo, girato nel 1998 da Peter Weir e non a caso intriso di influenze “dickiane”.

La sua è fantascienza pura, certo, con alieni spesso camuffati da umani, amici e parenti che nascondono la loro vera identità, sottoposti a lavaggio del cervello e trasformati in spie. Dick stesso era ossessionato dall’idea di essere sorvegliato dai servizi segreti e forse lo è stato davvero.

Replicanti più o meno affidabili, innovazioni tecnologiche stupefacenti, impensabili (tanto più se contestualizzate agli anni in cui Dick le immaginava). Il pianeta Terra è sempre più invivibile, schiacciato tra un sovraffollamento dovuto in larga parte agli asiatici e un inquinamento che produce una nebbia perenne, densa e claustrofobica. Grattacieli e monumenti assemblati da un urbanista folle. Della bellezza di un tempo non rimane traccia. Uno scenario agghiacciante. Di cosa parliamo? Di “Blade Runner”, il celebre film di Ridley Scott ambientato in una Los Angeles distopica dell’anno 2019, la prima pellicola tratta anch’essa da un’opera di Dick.

Difficile tenere il conto dei lavori di Dick a cui si sono ispirati registi e scrittori. Alcuni lo hanno fatto dichiaratamente, come Steven Spielberg in “Minority Report”, film del 2002 tratto dal racconto breve “Rapporto di minoranza” del 1956. Se il regista americano, prima di iniziare le riprese, dovette convocare un gruppo di futurologi – esperti del MIT, del dipartimento di ricerca biomedica alla difesa, di software e di realtà virtuale – perché immaginassero per lui una Washington del 2054 credibile, Dick quasi mezzo secolo prima, nella sua lucida visionarietà, aveva già tutto chiaro in mente. Sua l’idea, geniale, della squadra “precrimine”, grazie alla quale la polizia riesce a impedire gli omicidi prima che essi avvengano. Come? Basandosi sulle premonizioni di tre individui dotati di poteri extrasensoriali di precognizione amplificati, detti precog, la squadra, capitanata dal detective John Anderton (interpretato da Tom Cruise), riesce a intervenire prima che il reato venga commesso. Altri registi pellicole come la trilogia di Matrix, oppure “L’esercito delle 12 scimmie” o “Inception”, hanno attinto dalla sorgente dell’immaginario dello scrittore di Chicago.

Sin troppo riconoscibili i suoi temi: il confronto/scontro tra essere umani e non umani, le allegorie sociopolitiche, l’impatto dei mass media e della televisione in particolare sulla vita quotidiana dell’uomo qualunque, alla cui psicologia è rivolta un’inusuale attenzione. Perché, pur senza rinunciare a robuste dosi di fiction, i suoi libri non mancano di restituire l’atmosfera degli anni cinquanta e sessanta con annesse speranze e contraddizioni.

«La realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci – sembra suggerire Dick – non sparisce»

 

Byung Chul Han, il pensatore che può essere usato da tutti i “semi-colti” per darsi un tono

Nella filosofia c’è una sequenza inscindibile di pensiero, osservazione e scrittura. Viene da pensare alla scultura: una pietra grezza acquisisce una forma attraverso rimozioni, aggiunte e levigature. Da un blocco di marmo viene fuori un’opera d’arte, qualcosa di metafisico diventa reale. I filosofi seguono vari percorsi: alcuni di loro riducono la realtà alla sua forma essenziale per capirla, mostrarla, esibirla. Altri cercano di ricomporre pezzi di una realtà talmente frantumata da non mostrare più l’oggetto del disegno. Si ricostruisce, decostruisce e si giunge a una ricomposizione. Oggi il mondo è così frammentato che non si ragione troppo per grandi sistemi, ma si ricercano singoli frammenti da osservare e descrivere. In questo contesto culturale spuntano figure di rilievo come Byung-Chul Han. Filosofo coreano, saldamente radicato in Germania che si aggira alla ricerca di pezzi di realtà da interpretare. Pochi filosofi contemporanei hanno avuto la lucidità di intercettare l’affaticamento percettivo, l’ipervelocità, l’erosione dell’interiorità come ha fatto lui.

La sua opera – composta da brevi testi, dal lessico riconoscibile, costruiti su intuizioni efficaci – ha intercettato il collasso lento della soggettività. Han non costruisce un sistema, non lo pretende nemmeno. Scrive brevi libri che si possono leggere seduti sulla panchina di un parco. Alla fine il lettore troverà una parola chiave per spiegare tutto e spararsi le pose con gli amici, sulla società della stanchezza, sulla sofferenza che viene scacciata o sull’estetica levigata degli oggetti contemporanei.

Testi accessibili, limpidi, perfetti per una società esausta, che non vuole più pensare con fatica, ma solo riconoscere la propria stanchezza. Non si tratta di criticare Byung-Chul Han come individuo, né di sminuire il suo percorso intellettuale, ma ci sembra proprio il filosofo dell’impotenza, non perché non veda, ma perché sa che non può agire, sa che al massimo le sue parole possono redimere sé stesso. Analizzare la sua attività significa andare alla fonte dei problemi che egli stesso descrive. Ogni libro è un sintomo osservato, descritto e poi lasciato lì. Lo leggiamo, siamo fieri di sapere e rimaniamo passivi, inermi. È un esercizio di consolazione?

Così il Sapere diventa un atto estetico, un bene posizionale all’interno del campo culturale. Dalla rottura si passa alla conciliazione. La sua filosofia è un’architettura minima, ogni suo libro è un appartamento ben arredato. È perfetto, al suo interno trovi tutto quello che cerchi, ma non puoi andare da nessun’altra parte. Ottime riflessioni dentro contenitori chiusi. La macchina del pensiero come luogo del consenso, filosofia priva di negatività, venduta all’interno di sistema editoriale a bassa intensità conflittuale. La cultura – in quanto sistema di selezione e legittimazione – ha bisogno di contenuti che non espongano chi li diffonde al rischio di esclusione.

Il sistema editoriale ha capito subito come trattarlo e lui ha risposto adattandosi. I suoi testi sono impaginati in belle copertine, con formati piccoli e titoli-slogan. Ogni nuovo libro non è che un modulo di aggiornamento del “prodotto-Han”, come se la sua funzione non fosse quella di creare mondi o cambiarli, ma soltanto commentarli. Titoli come La società della stanchezzaContro la società dell’angoscia, La società della trasparenzaL’espulsione dell’altro – sembrano prodotti riproducibili. Nelle pagine dei libri di Han troviamo un glossario per semi-colti da utilizzare per le occasioni importanti: nei fantomatici laboratori universitari, ai festival di Filosofia, nelle conversazioni con gli amici per “spararsi le pose”.

Han non ha direzioni, non ha obiettivi, parla di tutto. Il suo è un “pensiero-segnale” senza direttrici e senza bisogno di risposte. Interessante ma alla fine tende ad annoiare perché non offre una prospettiva di rottura, né una forma di dissenso. Siamo già carichi di un pensiero che spegne e se dobbiamo riflettere sulla contemporaneità con il distacco del disincanto, meglio farsi uno spritz.

 

Riletture. Evitare di fare la fine di Costantinopoli. Il declino, la comunità, un viaggio nella storia per capire il nostro tempo

Negli ultimi anni è aumentata la pubblicazione di libri, sia scientifici che divulgativi, su Bisanzio, ovvero l’impero romano d’Oriente. La cosa non deve sorprendere. Per la cultura europea, dal Settecento in avanti, pensiamo a Edward Gibbon, l’impero bizantino voleva dire solo una cosa: decadenza. Per di più lenta e burocratica, e neanche tragica come quella dell’Impero Romano classico. Un avvertimento per la civiltà “borghese” in ascesa, da evitare a tutti i costi.

Ora che l’Occidente tutto e certamente l’Europa vivono una fase difficile, tra recupero e declino, sembra che Bisanzio sia diventato un esempio di come durare il più possibile, magari evitando di essere fatti a pezzi da Maometto II, che nel 1453 fece trucidare buona parte della popolazione di Costantinopoli. Per la verità gli studiosi, soprattutto John Haldon, di cui Einaudi ha tradotto The Empire that not would die (L’Impero che non voleva morire) hanno da tempo smontato l’immagine negativa su Costantinopoli.

Il libro di Haldon è un continuo, quasi impercettibile, rimando al presente (“come collassano le società”) è una domanda che ricorre per tutto il volume e pur nel gran rigore storiografico, si legge di Bisanzio ma sembra di scorgere l’Occidente di oggi. Come del resto ogni buon libro di storia: che non è disciplina archivistica o monumentalistica, ma sempre un discorso sul presente condotto osservando il passato.

Ogni impero è destinato a finire: è questo il destino inscritto in questa forma politica, diversamente dalle nazioni, che si rappresentano invece come eterne. Da quello persiano a quello alessandrino, da quello romano a quello bizantino fino a quelli ottomano, austro-ungarico, germanico, e poi quello britannico e nel 1989 quello sovietico, la forma impero non può durare a lungo. Per questo l’identità americana fin dalle origini ne rigetta l’idea, solo che poi gli USA hanno un’identità e una forma imperiale anche se c’è una certa riluttanza del riconoscerla.

Il riferimento non riguarda l’imperialismo americano e le sue derive, ma si intende la capacità militare di controllare possedimenti molto lontani, punti di accesso e rotte marittime strategiche e territori periferici ma importanti come Porto Rico e le Isole Hawaii. Curiosamente, il rapporto tra gli Usa e questi territori non è mai stato veramente analizzato studiato, soprattutto dagli americani, forse proprio per il tentativo di nascondere, anche a loro stessi, di essere un impero: perché cosi sarebbe messa in programma anche la loro morte.

Invece uno storico statunitense, Daniel Immerwahr si è cimentato con il libro How to hide an empire. A history of the Greater United States, (tradotto da Einaudi nel 2020 con il titolo, L’Impero nascosto. Breve storia dei Grandi Stati Uniti d’America). Il saggio come quello di Haldon, è un continuo rimando al presente e all’idea che, come tutti gli imperi, sia pure quello sui generis americano, sia incamminato sulla via di Bisanzio.

Chi dice Impero si riferisce a una classe politica e dirigente “imperiale”, che può non convergere con quella nazionale, i parlamentari e i ministri, e può anche finire per fronteggiarvisi. La storia degli imperi, anche quelli moderni, è cosi una lotta tra il governo e un ceto burocratico non elettivo che, grazie alle grandi distanze dal centro e alla necessità di prendere decisioni molto rapidamente, si conquista ampi spazi di autonomia. L’impero, alla fine, e certo Bisanzio ci insegna anche questo, produce più della forma nazione un ceto incontrollabile di tecno-burocrati. Élite che si auto-riproducono come aveva capito, nel tardo Ottocento, il primo che queste le aveva studiate scientificamente, cioè Gaetano Mosca. Che per la verità preferiva il termine classe politica mentre quello di élite lo coniò un altro italiano, sia pure espatriato, Vilfredo Pareto. Entrambi sono ancora luminosi fari per la nostra epoca.

 «Che tiritera e che noia questa delle élite, le élite non esistono, come non esiste l’establishment: non perlomeno oggi, nel mondo globalizzato e liberale: chi ha merito sale la scala sociale, chi non ne ha o ne possiede meno resta giù». Ecco cosa dicono, oggi, i rappresentanti delle élite con i loro apparati. Da qui una delle ideologie chiave di un certo establishment piuttosto chiuso che utilizza la parola magica: meritocrazia. Siamo talmente stufi di sentirla che accogliamo con favore la sfida di Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito (Laterza, 14 euro, 2019).

Un pamphlet in cui egli mostra con evidenza come, dietro questa ideologia, si celi in realtà un sistema di riproduzione sociale che tende a promuovere, chi delle élite fa già parte: i sistemi scolastici europei si stanno anzi organizzando, negli ultimi tempi, proprio con questa vocazione, e l’ideologia del titolo di studio e della competenza ne è un corollario fondamentale. Nulla che Mosca, Michels e soprattutto Pareto non avessero già compreso. Tanto è vero che, soprattutto per quest’ultimo, le élite, anzi le aristocrazie, alla fine decadono non perché poco preparate, ma perché lo sarebbero troppo: e vengono sostituite da nuove aristocrazie più forti, non perché più “titolate” ma perché più ricche di energia, più selvagge e barbariche.

Le soluzioni di Boarelli non sono sempre convincenti. Troppa fiducia nella socialdemocrazia che comunque produce un ceto burocratico autoreferenziale e in contrasto con il Politico. Un orizzonte per affrontare le sfida di una globalizzazione che rallenta e viene criticata da masse di persone sempre più ai margini, può passare dal rafforzamento dello Stato e soprattutto della comunità.

Al di là di singole definizioni o idee, collocare al centro la comunità ha un esito radicale su un piano politico. Fa venire meno la vecchia destra, che si era definita dagli anni Settanta in poi come “liberista”, e la vecchia sinistra, che da statalista era diventata, dopo il crollo del Muro di Berlino, “mercatista” senza tuttavia mutare la vocazione pedagogico-autoritaria, il dirigismo, la passione per le tecno burocrazie e i funzionari (meglio se non eletti). La possibilità di resistere alla decadenza passerà quindi dalla comunità, mentre insistere sulle altre due strade, globalismo e dirigismo, ci porterà solo più rapidamente a fare la fine di Costantinopoli.

 

Non siate troppo buoni

 

È il 26 giugno 1994 sul palco del Teatro Parioli di Roma, Carmelo Bene intervistato da Maurizio Costanzo inveisce contro il pubblico e i giornalisti, teatralità e provocazione allo stato puro. Ad un certo punto, l’attore salentino grida: “Non me ne fotte nulla del Ruanda”, però lo dico. Voi no, non ve ne fotte, ma non lo dite!”. Quella frase apriva una crepa nel fortino della “buona coscienza”, Carmelo Bene aveva sparato un siluro contro il politicamente corretto.

In Occidente siamo in overdose da umanitarismo, empatia, buoni sentimenti e preoccupazioni per i paesi poveri. Solo che tutte queste lezioni di umanità hanno finito per rompere le scatole ed è arrivato il momento di smetterla di fingere interesse per cause troppo lontane dalla vita quotidiana. Così come siamo stufi di essere trattati come dei colpevoli da rieducare continuamente con iniezioni di empatia. Qualche anno fa, era il 2019, Paul Bloom, celebre psicologo di Yale, pubblicò un librò che fece scandalo: Contro l’empatia. Una difesa della razionalità, titolo che non ha bisogno di troppe spiegazioni. Bloom ci spiega come non sia affatto vero che dedicarsi agli altri e cercare di sentirsi a loro prossimi equivalga ad una vera apertura emozionale; può essere anzi segno di disfunzioni, e spesso di turbe.
L’autore americano infatti non si dichiara contro la moralità, la compassione, la rispettabilità o le giuste cause, ma evidenzia gli aspetti nefasti di quell’empatia che secondo i progressisti salverà il mondo, quella stessa empatia che nelle scelte politiche tende invece a divenire più forte dell’equità. “L’empatia è soltanto un riflettore da palcoscenico. Un riflettore che ha un raggio ristretto, illumina intensamente quelli che amiamo e diventa debole verso quelli che sono strani, diversi e spaventosi”, ecco cos’è la vera empatia ed ecco perché sempre più spesso si rivela una pessima guida morale, dando luogo a politiche irrazionali e dettate dall’emotività, a scelte immorali.

L’Occidente e il suo tramonto. Visione e prospettive di Oswald Spengler

“Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler, pubblicato nella sua versione definitiva nel 1923, ha infranto la moderna comprensione della storia, rifiutando il mito prevalente del progresso lineare. Per Spengler, la storia non ascende lungo un percorso rettilineo e in continuo miglioramento, ma si svolge ciclicamente, rispecchiando la vita di un organismo: nascita, crescita, maturità, declino e morte inevitabile.

Nella struttura di Spengler, Civiltà e Culture non sono costrutti astratti o intercambiabili, ma forme viventi con un organismo unico e la sua logica interna, espressioni distinte e un destino singolare. “Ogni Cultura”, dichiarò Spengler, “ha le sue nuove possibilità di autoespressione che sorgono, maturano, decadono e non ritornano mai più”. A differenza della moderna presunzione di una marcia continua verso l’illuminazione universale, la storia, come la vedeva Spengler, è una successione di cicli autosufficienti, ciascuno aderente alla propria traiettoria naturale. La visione di Spengler si confronta e si scontra direttamente con la concezione liberale occidentale della storia, intesa come una marcia trionfante e ininterrotta del progresso, dall’età della pietra al presente. Questa presunzione ha raggiunto il suo apice nella proclamazione ingenua di Francis Fukuyama della “fine della storia”, che celebrava la modernità liberale come la forma politica e culturale finale dell’umanità.

In Spengler tale pensiero è profondamente estraneo alla visione del mondo della maggior parte delle civiltà antiche e premoderne. Pensatori come Tucidide, Polibio e Giovanni Battista Vico concepirono la storia non come una progressione lineare, ma come un flusso e riflusso governato da forze ben oltre il controllo umano.

Tucidide, nel suo resoconto della guerra del Peloponneso, illustrò gli schemi senza tempo di potere, arroganza e declino. Polibio introdusse il concetto di anaciclosi, la trasformazione ciclica dei sistemi politici dalla monarchia alla tirannia, dall’aristocrazia all’oligarchia e dalla democrazia al governo della massa. Giambattista Vico, scrivendo durante il periodo dell’Illuminismo, rafforzò questa visione ciclica in “La scienza nuova”, sostenendo che le società avanzano e regrediscono attraverso fasi ricorrenti di crescita, maturità e decadimento.

Questi pensatori condividevano una visione della storia profondamente radicata nei cicli eterni della natura, una prospettiva che la modernità occidentale ha ampiamente scartato. La convinzione dell’Occidente nella propria permanenza e superiorità, secondo Spengler, rappresenta un’arrogante negazione delle leggi fondamentali della vita. Le civiltà sorgono e cadono, proprio come cambiano le stagioni e la vita cede inevitabilmente il passo alla morte. L’Occidente, accecato dalla sua fede nel razionalismo e nel progresso, ha rifiutato di riconoscere i propri limiti organici, una negazione che rende il suo declino ancora più certo. Si può non essere d’accordo con le conclusioni di Spengler, ma non si può liquidarlo. La sua critica resta una sfida bruciante per coloro che si aggrappano alla confortante ma vuota illusione di un progresso perpetuo.

L’analisi di Spengler è caratterizzata dall’immediatezza: si rivela nel mondo che ci circonda, chiunque osservi lo stato delle cose può cogliere la verità delle sue intuizioni. Le civiltà, come le forme viventi che descrive, costruiscono monumenti, imperi e sistemi di pensiero, ma sono in ultima analisi vincolate dagli stessi ritmi organici che governano la vita. Ciò che sorge deve cadere. Ciò che fiorisce deve appassire. La visione di Spengler è un duro promemoria del fatto che nessuna Cultura, men che meno la nostra, è esente dal ciclo biologico della storia. Le leggi naturali che hanno dato vita alla nostra grandezza accompagneranno sicuramente anche il nostro declino.

 

Kultur, la fioritura della vitalità

Nelle prime fasi dell’esistenza storica di un popolo, la sua vitalità è ineguagliabile. Spengler chiamò questa fase Kultur, paragonandola alla primavera del loro sviluppo, un periodo in cui l’essenza interiore di un popolo esplode in un’energia creativa senza pari. Questa è l’età della creazione, quando arte, religione, filosofia e strutture sociali emergono come espressioni autentiche dell’anima distinta di un popolo. Per Spengler, Kultur si riferisce alla fase organica e formativa dell’esistenza di una società, un momento in cui la sua essenza spirituale plasma ogni aspetto della vita. È in contrasto con la Zivilisation, che rappresenta la fase successiva e sterile in cui la vitalità creativa della Kultur è svanita, lasciando il posto al materialismo e al decadimento. Mantenendo chiara questa distinzione, Spengler sottolinea la fase viva e generativa dal momento in cui le energie vitali si indeboliscono e declinano verso un’esistenza meccanizzata. Spengler ha sottolineato che ogni cultura ha il suo carattere unico, il suo “simbolo primario” o idea animatrice, che ne plasma l’arte, l’architettura e la visione del mondo.

Per l’Occidente, questa è l’anima faustiana, guidata da un desiderio insaziabile di infinito. Questo spirito implacabile trova la sua massima espressione nelle svettanti cattedrali gotiche, con le loro guglie torreggianti che sembrano estendersi all’infinito verso il cielo e, nella scoperta della prospettiva lineare durante il Rinascimento, che ha creato una metafora visiva per l’infinita profondità dello spazio. “La cultura faustiana”, ha scritto Spengler, “vuole l’infinito, lo insegue e non si fermerà finché non lo avrà raggiunto”.

Durante la fase della Kultur, la tradizione funge da fondamento della società, legandola insieme con credenze e valori condivisi. La religione assume una duplice funzione, spirituale e comunitaria, così da infondere significati ad ogni aspetto della vita. Non è semplicemente un’istituzione, ma la linfa vitale della Kultur, che fornisce una cornice per la sua arte, l’etica e la visione del mondo. L’arte religiosa di questa fase non è decorativa, ma profondamente simbolica, incarnando profonde verità metafisiche che risuonano con l’anima della Kultur. Questo periodo è anche segnato da un senso di meraviglia e scoperta. La scienza e la filosofia, non sono ancora dominate dal razionalismo o dall’utilitarismo, ma sono ispirate dal desiderio di scoprire i misteri dell’esistenza. In questa fase, le ricerche intellettuali sono profondamente connesse al sacro e al trascendente. Filosofi come Aristotele nel mondo classico o Tommaso d’Aquino nell’Occidente medievale cercarono non solo di spiegare il mondo naturale, ma di comprendere il posto dell’umanità all’interno di un ordine cosmico divino. Per chiarezza, Spengler non considerava la civiltà classica, che comprendeva l’antica Grecia e Roma, come parte dell’Occidente, ma piuttosto la sua Kultur unica e distinta. Il mondo classico aveva una sua anima, definita da un’attenzione all’immediato e al tangibile, esemplificata dalla forma perfetta della statua e dal suo radicamento nel presente.

Eppure, anche quando la Kultur raggiunge il suo apice, i semi del suo eventuale declino sono già presenti. Il dinamismo e l’unità che caratterizzano le prime fasi, inevitabilmente iniziano a calare. Nel tempo, l’energia creativa della Kultur diventa codificata, il suo fervore religioso si cristallizza in dogma e le sue tradizioni diventano fardelli anziché fonti di ispirazione.

Le forze vive iniziano a diminuire mentre passa dalla primavera organica e giovanile alla rigidità della maturità. Spengler vedeva la Kultur come la fase più pura e vitale della vita di una civiltà, un periodo in cui lo spirito collettivo di un popolo si manifesta nelle sue forme più autentiche e profonde. È qui, in questo sbocciare di vitalità, che l’essenza di una Kultur viene messa a nudo, creando le opere e le idee che definiscono la sua eredità per i secoli a venire. Tuttavia, come il fiore quando sboccia, arriverà il momento inevitabilmente quando inizia ad appassire, proprio perché la Kultur non può durare per sempre. La sua energia vitale cede il passo alla sterilità della Zivilisation, dove l’attenzione si sposta dalla creazione alla conservazione, dalla crescita al decadimento.

Alla fine è colpa del Fight Club

Fight Club, il film diretto da David Fincher e tratto dall’omonimo romanzo di Palahniuk, ha segnato profondamente l’immaginario della generazione dei nati tra i primi anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta. Interpretato dalla coppia Edward Norton-Brad Pitt, il primo un impiegato mediocre, frustrato e insonne, preoccupato dei suoi mobili e oggetti, il secondo, un carismatico imprevedibile giovane dal ribelle dall’intelligenza sopraffine, a capo di un’organizzazione eco-terrorista.

Nel corso degli anni si è affermato come un vero e proprio “cult movie”, contenitore simbolico da cui molti giovani hanno attinto citazioni e riferimenti anti-capitalisti, pose e stili di vita, poster e magliette, tanto che qualcuno ha eletto a manifesto generazionale questo affresco schizofrenico della società tardocapitalista. A questa vita si contrappone il Fight Club, zona franca di evasione selvaggia dalla quotidianità urbana. Un luogo dove si combatte a mani nude, poche regole, e che permette agli uomini di riscoprire la cattività del loro essere interiore attraverso una violenza che diventa ricreativa e terapeutica. Una violenza redentrice che desta l’individuo dalla sua inquietudine esistenziale, rendendogli evidente l’asimmetria tra ciò che crede di essere e ciò che realmente è. In modo elementare il film trasmette messaggi di questo tipo: “Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!”. Così come la frase “le cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Una lezione che molti hanno introiettato e subito alla rovescia. Infatti sembra che non siamo “posseduti” dalle cose, perché non possediamo quasi niente più.

Ascoltiamo musica e vediamo film in streaming, leggiamo libri soprattutto su supporti virtuali, acquistiamo raramente riviste né giornali, abitiamo case dormitorio per tempi sempre più ridotti, guidiamo macchine non nostre, il lavoro a distanza ci ha persino privato dello spazio fisico di un ufficio dove lavorare stabilmente, incrociare e scontrarsi con altre persone. Tra rabbia e delusione nascosta ci affidiamo a un ambiente customizzato dove inseriamo  un nome utente e una password su una piattaforma digitale, quindi smaterializzata, dove non ci sono più oggetti a possederci, ma contenuti che catturano l’attenzione, prodotti da un algoritmo. La gente vuole fare cose, condividere momenti, avventure, sensazioni, è una rincorsa al consumo emulativo di attività esperienziali da rilanciare sui propri profili dei social network.

Non è che alla fine Fight Club ci ha un po’ fregato? Ci ha prospettato una possibilità di ribellione dal dominio della merce nel momento in cui il capitalismo della sorveglianza stava già procedendo all’esproprio con il nostro tacito assenso.

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