
Nel momento in cui scriviamo è difficile fare previsioni sui risultati della guerra contro l’Iran, perché la potenza di fuoco scatenata da Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano, non è un attacco preventivo, ma un atto di guerra in piena regola. Occorre fare chiarezza su questo punto e raccontare le cose come stanno. Un attacco preventivo è giustificato solo se è dimostrata una minaccia incombente e un avversario pronto a colpire, ma l’Iran non stava programmando niente. Il paese era già indebolito, la sua sfera d’influenza nel Medio Oriente ampiamente ridotta e le trattative sul nucleare erano ricominciate. Ad essere aggredito è l’Iran ed è un suo diritto rispondere e contrattaccare, lanciare missili e droni, colpire postazioni americane nei paesi del Golfo e attaccare i cieli di Israele. Teheran ha condotto una serie di attacchi con missili balistici e droni unidirezionali che hanno messo nel mirino tutti gli stati del Golfo, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, l’Oman, l’Arabia Saudita, dove è stata colpita la stazione della CIA in prossimità dell’ambasciata statunitense, il Kuwait, la Giordania e il Qatar, sono diventati bersagli privilegiati dei vettori iraniani.
Ad ogni azione, corrisponde una reazione. Il discorso non riguarda la valutazione della condizione interna della repubblica islamica, le proteste in piazza, la repressione violenta delle manifestazioni e il conflitto che percorre la società civile iraniana. È il caso di uscire fuori dallo schema delle opposte tifoserie e delle simpatie delle piazze che dalle nostre parti sbraitano contro i cattivi di turno a seconda delle convenienze e delle percezioni.
L’eliminazione di Khamenei e di una parte considerevole dell’apparato politico-militare moltiplica le incognite per un Iran malridotto, al di là dei risultati ancora tutti da valutare nel lungo periodo. Quello che stiamo vedendo è un tentativo maldestro di avviare un cambio di regime con un’enorme perplessità: gli americani hanno già un ampio controllo nel Medio Oriente e difficilmente si spiega questa scelta militare dal punto di vista tattico. La sensazione è che non si riesca più ad arginare il fanatismo militare israeliano, così come non si possono sentire i discorsi conditi di moralità e toni messianici da parte del primo ministro Netanyahu che consideriamo un criminale di guerra e non abbiamo nessuna reticenza a scriverlo. La lezione di Carl Schmitt viene oggi dimenticata: l’avversario politico viene ridotto a un nemico criminale e disumanizzato da annientare totalmente, portando alla fine del diritto e della politica. In questa sporca guerra c’è anche questo: ambienti del mondo ebraico o dell’evangelismo americano che evocano vendette divine per i nemici di Israele.
La storia al centro di tutto
Riassumere gli ultimi cinquant’anni della politica mediorientale richiederebbe decine di pagine. Basterà qui ricordare che nel 1979, quando la rivoluzione islamica di Ruhollah Khomeini si afferma in Iran, da circa trent’anni c’era un’intesa cordiale tra l’Iran governato dallo shah Reza Pahlevi con Israele e Turchia, una sintonia tra popoli non arabi immersi in una vasta regione araba. Nel febbraio 1979, Michel Foucault chiudeva sul Corriere della Sera la sua controversa serie sull’Iran con un quesito tagliente. In Una polveriera chiamata Islam, ultimo di dieci articoli, si chiedeva: “Quale forza avrebbe il movimento “religioso” di Khomeini se proponesse la liberazione della Palestina come obiettivo?” Intrecciando spinta rivoluzionaria e spiritualità politica, Foucault prefigurava un Iran animato da una radicale ostilità verso Israele, individuando il seme del conflitto che avrebbe incendiato il Medio Oriente, trasformando una reciproca avversione in attrito, poi in aperto contrasto, infine nello scontro totale di oggi.
La questione iraniana incombe dal quel famoso 1979. In questo mezzo secolo gli ayatollah hanno costruito un loro impero persiano e definito una sfera d’influenza in uno spazio geografico dominato dagli stati arabi a maggioranza sunnita. Hanno finanziato movimenti politici dotati di milizie armate, come Hezbollah in Libano, hanno costruito una rete di alleanze saldandosi ancora di più nell’ultimo decennio con Russia e Cina.
Adesso il futuro iraniano è ancora un rebus difficile risolvere. I cambi di regime non avvengono a colpi di missili, si possono favorire, ma bisogna avere contezza dei risultati e conoscenze delle forze politiche in campo. Americani e israeliani hanno sicuramente una quinta colonna interna e c’è una fazione della classe dirigente iraniana che vuole seppellire oltre alla salma di Khamenei anche la strategia politica di questi anni. Arriveremo al capovolgimento delle alleanze? È presto per dirlo. La struttura istituzionale sembra reggere ancora.
Le risposte a queste domande, devono prendere in considerazione un dato storico accertato: l’effettiva capacità dell’Iran di essere un solido incassatore di colpi come ha dimostrato nell’ultimo decennio. Dalla fase di massima proiezione regionale l’Iran ha assorbito: nuove sanzioni americane dopo la fine degli accordi sul nucleare nel 2018, l’eliminazione del generale Qasem Soleimani nel 2020, un’ondata di operazioni ibride e d’intelligence israeliane che hanno colpito alti vertici del regime e dei Pasdaran; attacchi di Tel Aviv alle strutture militari in Siria durante l’intervento a sostegno di Bashar al-Assad; il sostanziale stravolgimento di quell’alleanza nota come Mezzaluna Sciita nel 2023–2024; da ultimo, gli assalti militari del 2025 e del 2026. Tutto questo con cinque ondate di proteste di varia entità a partire dal 2022 che hanno comunque mostrato delle crepe nella struttura politica di Teheran.
La strategia iraniana si è mostrata fragile: troppi scontenti, troppi nemici e amici poco disponibili e spendersi e sacrificarsi nel momento del bisogno. La Russia si è sforzata di salvare Bashar al Assad in Siria, facendo un grande favore agli iraniani, ma dopo la sconfitta di quest’ultimo, si è subito impegnata a riallacciare i rapporti con il nuovo presidente siriano, l’ex nemico Al Sharaa. La Cina è troppo lontana, interessata soprattutto a forniture di petrolio e materie prime a buon mercato, ma sempre meno indispensabili vista la capacità di penetrazione di Pechino in altre aree del pianeta. Del resto, come poteva la crescita dell’influenza persiana e sciita in Medio Oriente essere accettata dalla grande maggioranza araba e sunnita? Stesso discorso per Israele e per gli Stati Uniti attenti sorveglianti della regione più ricca e instabile del mondo. Cosa faranno in Iran? Proveranno a orientare il collasso delle strutture politiche?
Questa guerra conferma una tendenza che solo gli ingenui si ostinano a non vedere: il sistema internazionale si regge su ordine stabile fatto di regole e cooperazione, ma sulla rivalità tra le maggiori potenze che modificano gli equilibri. La forza si fa diritto, il realismo offensivo governa.










