REVOLVER

una cospirazione di irriverenti

Gli imperi si muovono sulle mappe. Politica, potenza, lo scontro in atto

La cartografia prova a raffigurare con la massima precisione un mondo che sfugge alle rappresentazioni definitive, soprattutto perché è molto difficile descrivere su una superficie piana un pianeta sferico. Le war room ad alta tecnologia nelle quali si dilettano gli strateghi delle grandi potenze, non sono poi tanto diverse dalle mappe distese sui tavoli sotto le tende da campo allestite da Napoleone. Le mappe sono uno strumento di lotta politica, ambizione e proiezione di potenza, ma le tattiche studiate a tavolino molto spesso non sono sufficienti, bisogna cogliere le occasioni, affidarsi all’imprevisto come la nebbia sopra Austerlitz che il 2 dicembre del 1807 aiutò le truppe francesi a vincere contro austriaci e russi.

La dottrina del Lebensraum, rimossa dopo che i nazisti l’avevano fatta propria, riproposta sotto l’etichetta rassicurante di geopolitica, è tornata a guidare le ambizioni degli Imperi moderni, Stati Uniti, Cina e Russia. Con la globalizzazione un solo grande spazio è disponibile per chi ha ambizioni. I sovranismi sono avvisati, siamo in pieno neoimperialismo, con tanto di occupazione fisica del territorio, una riedizione, forse parodistica, degli antichi imperi. Così ciascuno si fa la propria mappa a seconda delle esigenze.

Trappole e cartografi

Friedrich Ratzel, acclamato cartografo nato a Karlsruhe nel 1844, allora capitale del granducato del Baden, pioniere anche della “geografia politica”, inventò il termine Lebensraum nel 1901. Parola sottile e dura. Nata come teoria difensiva, si trasforma in concetto offensivo e la prima a impadronirsene è la Prussia che diventa il pilastro del Secondo Reich. Lo stesso Ratzel sosteneva che lo sviluppo di un popolo è influenzato dalla situazione geografica, e una società che si è effettivamente adattata a un territorio tende logicamente a espandere i confini del proprio paese ad altri territori. Ma decidere dove andare e come non è così semplice. Le mappe non corrispondono proprio sempre alla realtà fattuale degli spazi. Tutte le carte appese ai muri e distese su un tavolo sono simulazioni, innanzitutto perché la terra è rotonda. E la prima difficoltà, come già anticipato, è illustrare una sfera in una superficie piana. Le carte come le leggiamo oggi sono il risultato del lavoro del fiammingo Gerhard Kremer (nome italianizzato in Gerardo Mercatore) il quale fece rotolare un cilindro e come base di partenza scelse la sua proiezione centrale. Tecnica considerata valida anche per le carte nautiche. La costruzione di una mappa è un’operazione assai delicata, che comprende due diverse fasi: la triangolazione e il rilevamento topografico. Mercatore pubblicò la sua prima carta nel 1569, poi cominciò a costruire un grande atlante fino alla sua morte nel 1594.

La più misteriosa, e anche la più ambita, oggi è la carta dell’Artico. La difficoltà iniziale di Mercatore che non riusciva a disegnarlo, è stata risolta ed oggi abbiamo mappe abbastanza precise del Polo Nord e dell’intero circolo polare. Google maps dal 2012 può mostrare dettagli prima ignoti e luoghi difficilmente raggiungibili se non in aereo o in nave, ghiacci permettendo. Ad esempio Cambridge bay, un piccolo centro nella regione Kitikmeot nel Nuvavut, è il territorio canadese più vicino al Polo, abitato da poco più di 1500 persone di etnia Inuit. Fra quelli in cui si è spinto lo Street View, può essere considerato il più remoto, mentre la zona più a nord è in Alaska. Pur potendo osservare con la precisione dei satelliti ogni albero e casa, c’è sempre una mappa dei desideri delle nazioni che da quelle parti si contendono le vie migliori per il passaggio a nord-ovest.

In Europa non possiamo scherzare su queste cose e non ci riferiamo al colonialismo guidato da mappe spesso immaginarie e politicamente aggiustate. Né a futuribili scontri tra i ghiacci. La memoria deve tornare a tempi recenti al 1991 con le guerre in Jugoslavia. Quello è stato il momento nella recente storia europea dove è tornato in campo il Lebensraum. Croati e sloveni contro Serbi, poi serbi e croati contro i bosniaci, kosovari e montenegrini contro i serbi, con e senza violenza. Settanta anni prima, con la sconfitta degli Imperi centrali nella Grande guerra e con la dottrina dei dodici punti del presidente americano Wilson, furono ridisegnati i confini d’Europa, dalla Francia alla Russia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1945, la vittoria anglo-americana ha introdotto in modo definitiva la sovranità limitata. In Occidente la Polonia del 1939 era un paese multietnico e multireligioso, poi è diventato tutto polacco e cattolico dopo il 1945 con l’espulsione dei tedeschi. Al contrario, nell’area centro-orientale la Jugoslavia e la Cecoslovacchia hanno messo insieme popolazioni che si sono poi separate, con il sangue nei Balcani, dopo il crollo dell’Urss, il grande sorvegliante. Mappe etniche, religiose e politiche che hanno riacceso la fiamma identitaria ma hanno anche animato odio e diffidenze.

A volte i pasticci cartografici nascondono qualcosa di più grande, quello che i politologi insistono a chiamare “ordine mondiale”. Il sistema globale non ha più un centro, ne ha molti, ognuno dei quali cercherà di proiettare il potere in qualsiasi modo possa servire i propri interessi. Per quelli che la sanno lunga, sarà hard power o soft power, ma sempre di potere e potenza si parla, non di smancerie diplomatiche. È in arrivo un’epoca multipolare?

La spartizione che i tre grandi, Stati Uniti, Cina e Russia vorrebbero realizzare oggi, almeno a giudicare dall’imprevedibile Trump, dal misterioso Xi e dal gelido Putin, tutti pronti almeno sulla carta ad una nuova suddivisione delle sfere d’influenza, nasconde il seme di un tragico fallimento e l’illusione che gli altri stiano a guardare e ad accettare passivamente.

Lo ha detto chiaramente al Forum di Davos, il primo ministro canadese Mike Carney che in un memorabile discorso ha smontato tutte le ipocrisie sul diritto internazionale e si è rivolto alle medie potenze affinché reagiscano alla prepotenza dei colossi. Alla rassegnazione, Carney ha contrapposto con un’espressione paradossale “Il potere dei senza potere”, riprendendo il titolo di un libro di Vaclav Havel. “Le medie potenze debbono unirsi perché se non si siedono attorno al tavolo diventano il menu”. Un messaggio rivolto anche a noi europei di smetterla di accodarci, di fare gli spettatori e di rientrare nella Storia con grande stile e senza bonarie reticenze.

Fabrizio Corona colpisce ancora

Fabrizio Corona il fotografo, l’insolente, il pluricondannato, l’estorsore, il narcisista, il maledetto, la vittima, il vendicatore. Sarebbe lungo l’elenco degli aggettivi che ruotano intorno a questo personaggio, dipende dal punto di vista, dagli umori e dalle eventuali simpatie o antipatie. Quel che è certo è il suo talento per l’affabulazione e una capacità indomita di reinventarsi. Quando tutti lo consideravano ormai ai margini della scena, Corona è riapparso nell’agorà virtuale come il cavaliere vendicatore dei torti del sistema-spettacolo di cui un tempo era tra i protagonisti. Prima hanno bloccato i profili social e il canale youtube della sua trasmissione  intitolata “Falsissimo” (parodia di “Verissimo”), pochi giorni dopo ha ricaricato quasi tutti i contenuti, annunciando nel frattempo, una serie di spettacoli al teatro. Insomma, se l’agorà virtuale prova ad espellerlo, lui si riprende lo spazio fisico e il contatto diretto con il pubblico. Ed è tutta una baldoria carica di aspettative per le nuove rivelazioni.

Falsissimo è il format che Corona ha avviato circa un anno fa a puntate spalmate su più episodi. Da Garlasco, a Gaza, passando per Fedez, la curva dell’Inter, le contese tra Totti e Ilary Blasi, fino ai siluri sparati contro i pezzi grossi di Mediaset. Il primo ad essere colpito è stato Signorini, poi sono arrivati gli attacchi a Pier Silvio Berlusconi, Maria De Filippi, Jerry Scotti e tutta il caravanserraglio.  Lui che della Società dello Spettacolo era un fuoriclasse, adesso è il vendicatore postumo per eccellenza. Quello che Corona ha sempre compreso di sé è che la sua sfrontatezza narcisistica diventa prodotto mediato, altro che il famoso quarto d’ora di celebrità di Andy Wahrol, qui la ricerca è permanente ed effettiva.

“Falsissimo” andrebbe preso sul serio, non tanto per quello che dice, da non sminuire, ma perché incarna bene l’ultimo approdo dell’inchiesta giornalistica nell’epoca degli algoritmi, del frastuono dei social network, della mitomania di massa, dell’iperstimolazione dei contenuti e del basso livello di attenzione. Dal punto di vista drammaturgico è un cocktail di giornalismo d’inchiesta, trash, televendita e serialità, con le puntate divise per episodi.

Corona decostruisce il sistema e le sue narrazioni. Gli va riconosciuto un talento per la suggestione ipnotica. Quella cosa che ti spinge dopo un po’ a non prestare troppa attenzione a quello che dice, ma solo a come lo dice. Si entra in un flusso continuo di celebrazione del suo Ego, come nella serie Netflix a lui dedicata dal titolo “Io sono notizia”. Per noi ci sembra più adatto il titolo dell’opera di quel filosofo stravagante che fu Max Stirner che scrisse “L’Unico e la sua proprietà”. E chi è l’Unico se non Fabrizio Corona. Nelle sue invettive è incorniciato in uno sfondo nero con una luce tagliata che arriva da sinistra, una penombra che suggerisce: sto per dirti qualcosa che devi sapere. Poi stacchi rapidi, primi piani e pause teatrali seguiti da “ora vi faccio vedere una cosa” e ti mostra una foto, un video, una chat, che andrebbero a comporre tutti gli indizi di colpevolezza.

La maldicenza e dell’imboscata sono inserite nel carattere italiano più che altrove. Corona si immagina come l’eroe cacciato dalla società dello spettacolo che torna per vendicarsi di quella società che conosce troppo bene nei suoi vizi e virtù. Corona si trova bene nel suo ruolo: il cattivo consapevole, il manipolatore che confessa, il vendicatore per mezzo del pettegolezzo. Il gossip non è un sottoprodotto della tv commerciale o dei tabloid, ma una forma d’arte arcitaliana, quasi un genere letterario con i suoi maestri. Nella celebre lettera del 13 ottobre 1806, scritta a Jena, Hegel descrive Napoleone come un individuo straordinario che col suo agire rappresenta l’essenza stessa dello Spirito del tempo. Fabrizio Corona non ha la stoffa dell’Imperatore, ma è quello che più si adatta allo spirito del tempo: multiforme e contraddittorio.

Il ritorno

Stay tuned

L’arroganza dei censori

Venerdì 30 gennaio era prevista una conferenza nella sala stampa della Camera dei Deputati sulla proposta di legge di iniziativa popolare sul tema della “remigrazione”. A presiederla ci sarebbero stati il deputato della Lega, Domenico Furgiuele e i rappresentanti del Comitato “Remigrazione e Riconquista” con il portavoce di Casapound Luca Marsella e altri rappresentanti delle forze antagoniste identitarie, Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, Jacopo Massetti di Brescia e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti. Alcuni deputati di Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa hanno occupato la sala stampa e da quel momento si è sviluppata una bagarre che alla fine ha portato alla sospensione dell’incontro.

Ovviamente l’episodio ha innescato polemiche e scambi di accuse incrociate. I custodi della presunta sacralità del Parlamento e dello spirito repubblicano hanno tirato un sospiro di sollievo per avere impedito quella che secondo loro, sarebbe stata una profanazione delle istituzioni e della Costituzione. Quest’ultima, agitata come un totem, a seconda delle convenienze del momento dentro una gigantesca fiera dell’ipocrisia imbastita da un ampio settore della Sinistra politica che non ha perso l’occasione per esibirsi in una miserevole buffonata.

Il senso della misura dovrebbe spingerci a non esprimere giudizi così ruvidi, il timore di un fantomatico quieto vivere, dovrebbe indurci ad approvare il comportamento delle opposizioni che hanno vietato l’incontro in virtù di una liturgia democratica a cui dovremmo mostrare tutta la nostra riverenza.

Invece no, noi abbiamo deciso di sabotare questa liturgia intrisa di finzione e arroganza, rifiutare ogni deferenza perché non sopportiamo i censori con i loro minuetti parolai. La bassa politica intrisa di pedagogia, l’intimidazione come metodo rivestito di parole democratiche, la supponenza di chi vorrebbe definire un ordine morale che pretende di stabilire luoghi e termini del discorso pubblico sono insopportabili.

La “remigrazione” si riferisce al progetto di rimpatrio forzoso di tutti quegli immigrati, la cui mancata integrazione è causa di problemi di ordine economico e sociale in molti paesi europei e alla definizione di meccanismi di incentivo al ritorno nei propri paesi d’origine a chi rifiuta una forma di integrazione nella nazione che li ospita.

Il tema suscita reazioni contrastanti, provoca scontri e divide.

Perché molti desiderano censurarlo o espellerlo dal dibattito politico? Perché tocca un nervo scoperto della società civile italiana ed europea, mostra la bancarotta del cosmopolitismo, il fallimento dell’integrazione che è poco più di un concetto vuoto.

La questione ci costringe a metterci dinnanzi ad un bivio: cosa si può tollerare nello spazio di civiltà europeo e cosa si deve respingere. Da una parte la necessità di riconnettersi all’eredità europea per difendere uno spazio di civiltà, dall’altra un pensiero della mescolanza universale che confonde i simboli dell’identità con il consumo folkloristico degli stessi. La convivenza quando oltrepassa certi limiti, diventa scontro e decadimento culturale. Popoli nettamente differenti dal punto di vista etnico-culturale, non possono risolvere tutto attraverso un dialogo generico basato su ipotetici valori astratti. Integrazione e assimilazione sono due concetti differenti, la prima presuppone la conservazione del retaggio culturale di una comunità, la seconda prevede l’abbandono del proprio bagaglio culturale per acquisire quello della comunità che ti ospita. Né l’integrazione né l’assimilazione funzionano quando non si definisce ciò che può essere tollerato nello spazio civile europeo e quello che va respinto senza esitazione.

Il fallimento del multiculturalismo e il tema della “remigrazione” fanno tremare le vene e i polsi ai tutti i “democratici” sostenitori della censura. La realtà sfascia la narrazione rassicurante basata su parole cariche di emozioni come integrazione, inclusività e tolleranza, tanto care al salottino progressista dove, prima o poi, tutto si aggiusta. La pedagogia applicata al confronto politico è insopportabile, la richiesta di pazienza e comprensione ai ceti sociali più precari delle grandi periferie, immerse in conflitti tra etnie, non è più sostenibile.

Ci sono questioni che impongono parole chiare, pretendono una presa di posizione senza formalismi che nascondono la viltà perché non si può più tacere. Non stiamo qui ad esaminare il grado di simpatia politica dei promotori della legge e non ci importano quanto siano vicini o lontani dalle nostre culture politiche.

Vogliamo girarci dall’altra parte e fingere che tutto si risolva in un grande abbraccio? Di fronte a un fenomeno migratorio disordinato serve un governo politico dei flussi rigido e assertivo, freddo e poco incline alla commozione.

Giovanni Battista Belzoni, il vero Indiana Jones italiano

L’undici aprile 1803 al Teatro di Sadler’s Well, ci sono duemila persone che attendono con ansia la novità assoluta: l’esibizione del famigerato “The Patagonian Sampson”, il Sansone Patagonico.

Quando arriva il momento, sul palco sale un gigante di due metri e dieci, con un copricapo di piume sulla testa, il torace ampio, gonnellino di pelle e calzari. Riccioli rossi e gli occhi azzurri, scruta il pubblico con aria minacciosa, indossa un’imbracatura di metallo con due pedane laterali. Dodici uomini compaiono alle sue spalle e si sistemano sulla struttura: otto sui due lati, tre in testa. Il gigante si alza e solleva tutti, quasi senza fatica mentre il pubblico applaude sbalordito.

Quell’uomo non è un selvaggio della Patagonia, ma un padovano di venticinque anni di nome Giovanni Battista Belzoni. A sedici anni ha lasciato la bottega del padre barbiere, andando prima a Roma in cerca di fortuna e poi in Francia a fare il commerciante di talismani, poi di nuovo a Padova dove si è fermato giusto il tempo per organizzare un viaggio verso Amsterdam insieme al fratello Francesco, dove giungono nel 1803. Belzoni ha una passione per l’idraulica e lì vuole studiare meglio la materia, ma, non sappiamo con precisione come sia finito nel mondo dello spettacolo: per nove anni si esibisce fino a quando non arriva a Londra.

Durante gli spostamenti conosce Sarah, la donna di cui si innamora, ricambiato, che ben si adatta allo spirito avventuriero del marito. Dopo un periodo di ingaggi teatrali in Portogallo e Spagna, nel 1814 i coniugi Belzoni finiscono a Malta, con l’obiettivo di raggiungere Istanbul, dove sembrano esserci buone opportunità di guadagno presso la corte ottomana. Nei loro progetti, deve trattarsi di un breve periodo, per poi rientrare in Italia.

La Corrida, rito e sacrificio da osservare senza comprendere

 

La Corrida in Spagna, vive in mezzo a due fuochi, quello della tradizione e l’altro dell’etica contemporanea, in un terreno di scontro istituzionale e identitario. Chi pensa che stiamo discutendo di un fenomeno residuale si sbaglia ed è difficile spiegare al pubblico italiano l’aumento dell’affluenza e la rinnovata popolarità di questa manifestazione di vita e morte nell’arena. A queste latitudini, suscita soprattutto sentimenti di ripugnanza e indignazione, considerata un antico retaggio di un mondo arcaico che dovrebbe sparire.

La tauromachia evidentemente non merita complessità, la questione viene liquidata, disprezzata dalla ragioni del progresso emancipato. È solo uno spettacolo del dolore da abolire in nome della civiltà – dicono i più – una tortura legalizzata, un mattatoio a cielo aperto e tutto l’armamentario di condanne senza appello. Critiche probabilmente giuste che non comprendono il retaggio di un’identità che resiste all’usura del tempo e alla disapprovazione in tutte le sue forme. Forse non c’è niente da capire in una plaza de toros. Si guarda e si attende. Il pensiero razionale rifiuta ogni giustificazione per questo rito barbarico e ancestrale. Ma se ci sganciamo dalla servitù dei significati, restano solo gesti, immagini e corpi.

Cos’è allora la Corrida? Un luogo dove la morte si lascia guardare senza maschere e redenzione. Gesti lenti e assoluti, reliquia brutale di una liturgia che colpisce la nostra rinnovata sensibilità, ma forse c’è di più. La rimozione della morte dalla scena pubblica, dei riti collettivi di passaggio, del tempo non eternamente reversibile, hanno reso “oscena” – nel senso di ciò che non si può mostrare – una cerimonia che ci ricorda qualcosa di imminente e senza parole, una matrice mediterranea di sacralità perduta, un’arte effimera e irripetibile.

L’arena è un luogo di emozioni arcaiche e del ricordo perduto di un tempo in cui la cura per la natura implicava il riconoscimento del rischio e del sacrificio come insopprimibili elementi della vita e dell’arte. L’architettura delle arene rimescola elementi contrastanti: bellezza, nobiltà del toro, eleganza dei movimenti del matador, ferinità, sacrificio, sangue. Interpretarla semplicemente come uno spettacolo della crudeltà e dell’agone selvaggio, è un modo per non andare oltre la superficie. La corrida va oltre le regole dell’intrattenimento, da osservare senza necessariamente approvarla. Scriveva Stendhal che la “verità è composta di dettagli”.

La Corrida è qualcosa di trascendente, enigmatico, irreversibile, una danza lenta di corpi, muscoli, corna, mani e caviglie, dove le movenze sono costanti e non fluide. Una partitura musicale con la ripetizione ossessiva dello stesso motivo dello scontro tra uomo e animale. Oltre la violenza, l’essenza tragica di qualcosa che non dovrebbe essere mostrato ma è lì, in carne ed ossa. Dialogo muto intorno alla morte e il ricordo perduto di un rito sacrificale. Per tutto il resto, non c’è niente da capire.

Omaggio ad Alberto Arbasino

Ci manca. Aveva creato un mito, una piccola setta di appassionati impegnata a raccogliere e leggere i suoi articoli sul Corriere della Sera, Repubblica e Il Giorno. Impossibile dimenticare quelle critiche feroci, eleganti e divertenti anche ai pezzi grossi della cultura normalmente intoccabili come Moravia, Strehler o Visconti. E poi i suoi libri nelle edizioni più disparate e rare. L’anno appena trascorso, è stato all’insegna del ricordo di Alberto Arbasino (1930-2020) scrittore e giornalista tra i più originali che l’Italia ha avuto.
Prima un documentario presentato qualche tempo fa alla Mostra del Cinema di Roma e poi la ristampa della prima edizione di Fratelli d’Italia, un romanzo enorme, con una storia peculiare, più volte riscritto e aggiornato nei decenni successivi, accompagnato da una scia di polemiche, scandali e retroscena.


L’assenza di Arbasino si avverte soprattutto se guardiamo al panorama letterario nostrano pieno di scrittori mediocri carichi di narcisismo e libri buoni per la stufa a legna. Non passa giorno che non ci chiediamo cosa direbbe e scriverebbe dell’Italia quotidiana e del mondo, tra casi di cronaca mediaticamente sovraesposti, fenomeni e variopinti “tormentoni”, parola, per inciso, inventata da lui. Forse si sarebbe divertito a scrivere qualche “Rap” titolo di un suo libro e chiaro riferimento alla ritmica di quel genere musicale, per sbeffeggiare, satireggiare, giudica-re, mescolando l’alto e il basso. Cronache culturali in versi, in diretta del poliedrico Arbasino: scrittore, saggista, romanziere, diplomatico mancato, viaggiatore e per un breve periodo pure politico. Indipendente del Partito Repubblicano, record di presenze in Parlamento. Arrivava prestissimo e rimaneva malissimo quando i suoi colleghi arrivavano in ritardo. Un impegno preso sul serio ma finito nella noia e nello spreco di tempo in mezzo alle fotocopie come raccontato anche nel documentario dalla nipote Silvia.

Prima di Roma, la città che lo ha consacrato, ci sono state Voghera, Pavia e Milano dove ha studiato Giurisprudenza. Voghera, la provincia, diventa lo spazio di quella struttura labirintica che è la personalità di Arbasino, set dell’infanzia delle “piccole vacanze” e dei racconti dell’educazione sentimentale lombarda. Un altro tormentone è quello della “casalinga di Voghera”, espressione da lui coniata con un chiaro riferimento ad una donna davvero esistita, la vogherese Carolina Invernizio, scrittrice poco nota, autrice a metà dell’Ottocento di romanzi d’appendice rosa-dark tipo “Il bacio di una morta”.

Arbasino non ha mai risparmiato rimproveri a quel ceto intellettuale italiano che si immaginava guida del popolo senza conoscerne niente, nemmeno le canzoni popolari e le abitudini.
Chi lo ha conosciuto racconta anche della fascinazione per le principesse e in particolare per una che poi era stata trasfigurata nella “Desideria” nel libro Fratelli d’Italia. Si trattava di Domietta Del Drago. Bella, ricca e colta in un contesto, quello delle principesse romane, dove di solito le apparenze nascondono una profonda superficialità.
Che ci trovava Arbasino nelle altre nobildonne un po’ scialbe? Secondo alcuni testimoni, con quelle dame si annoiava molto, pur non facendo mancare la sua presenza nelle feste mondane. Quegli incontri, insieme alla borghesia rampante, gli servivano come spunto per deridere quell’ambiente e inventare una “Recherche” intorno al Grande Raccordo Anulare.

Arbasino non è stato mai sopportato del ceto letterario potente, diremmo oggi, “mainstream”. Famoso in una nicchia, mitizzato dagli ammiratori e i lettori. Troppo elegante, benestante (magari poi meno di tanti altri che ostentavano una finta povertà), poco gregario, non interessato a certe ambientazioni da romanzo intimista, ma più attratto dall’Italia industriale e contemporanea.
Inoltre Arbasino non firmava appelli, non di dava pose da autore impegnato come certi suoi colleghi collezionisti di premi e prebende. Poco gli importava di stare sempre dalla parte “giusta” e così sbeffeggiava gli scrittori e intellettuali che mettevano “firme. Due, tre, dieci al giorno, su tutti gli argomenti e tutti i paesi: Grecia, Bolivia, Malesia, Messico, Cecoslovacchia, Costarica, India, Persia, Brasile, Filippine, Guatemala, Nicaragua, Cuba, Haiti, Libia, Paraguay, i due Vietnam, le due Irlande, le due Germanie, le due Coree, venti o trenta nuovi Stati africani oppressi o iniqui, la crisi del cinema, le nuove tendenze del teatro, le nuove forme del romanzo, gli spazi verdi, i movimenti dell’avanguardia, gli aiuti per le rivoluzioni, i sussidi per le ribellioni, le sovvenzioni per le insurrezioni, i versamenti anticipati per le rivolte, le biennali, triennali, e quadriennali, i festival, i convegni, le iniziative, le manifestazioni, le partecipa-zioni, i coinvolgimenti, i dibattiti, e tutti i problemi dei giovani. Moravia ha sempre già firmato”.

Moravia ha sempre già firmato! Questo articolo è degli anni Sessanta, quando Moravia era uno dei capi dell’industria culturale italiana. Il risultato: Arbasino sarà sempre considerato un “originale”, un “eccentrico”, mai scrittore veramente “serio”. Lui invece faceva molto ridere. Pur avendo scritto anche su argomenti serissimi, come i saggi sul caso Moro. E poi spietato col giornalismo cialtrone, coi tic dementi, con gli inutili eventi.

Ai dibattiti verbosi, preferiva partire e magari starsene qualche mese in California per tornare con dei reportage straordinari con dentro Kissinger, Isherwood o Capote (all’epoca sconosciuto in Italia). Oppure semplicemente stava chiuso a lavorare, nell’attico comprato in via Gianturco 4, a Roma. Sul citofono ci sono ancora le sue iniziali, anche se le proprietà è cambiata. Infatti gli arredamenti e l’ufficio di Arbasino sono stati quasi interamente ricostruiti al Gabinetto Vieusseux di Firenze, dove c’è una sala dedicata a lui.

Lì ci sono ancora la poltrone Eames, l’Olivetti elettrica e soprattutto, il leggendario fax-segreteria con cui si schermava dagli scocciatori, con messaggi registrati tipo: “Gentili e Pregiati Utenti e Corrispondenti, a causa dell’eccessivo traffico urbano di richieste e domande nelle abitazioni private, in mancanza di enti o uffici per smistarle si prega di rivolgere ogni questione unicamente attraverso il fax”; o ancora: “Gentili Amici, Amiche, Istituzioni, Associazioni, Fondazioni, Iniziative, Enti ed Eventi, ecc. a causa dell’accresciuto flusso quotidiano di innumerevoli richieste di varie incombenze e prestazioni per chicchessia, ciascuna con incessanti seguiti di corrispondenze loquaci, si fa ben educatamente presente che non è umanamente possibile dar corso o via libera a ulteriori verbosi scambi di cortesi telefonate e lettere!”.

J.E.

Stati Uniti. La forza come diritto

Il 2026 si è aperto con un incendio politico. L’azione dei militari americani che con un blitz hanno catturato presidente venezuelano Maduro, è molto di più di un’azione spettacolare che ribalta ogni senso del limite. È un gesto politico che ridefinisce, con brutalità, i rapporti di forza internazionali.

L’immagine di Nicolàs Maduro che entra in un’aula federale di New York con le catene come qualunque detenuto, segna un punto di non ritorno. Ad essere sotto processo non è solo un politico, ma è tutto uno Stato sovrano a finire nel sistema giudiziario statunitense con un’operazione militare condotta senza formale dichiarazione di guerra, senza mandato internazionale e senza mediazioni diplomatiche. Il diritto è diventato un’arma non convenzionale. Le accuse mosse dalla procura federale – narcotraffico, terrorismo – rientrano in una tattica non nuova e ben collaudata dagli americani: trasformare il nemico politico in un criminale comune.

In Europa chi invoca il rispetto delle regole dell’ordinamento internazionale, si dimentica di cosa è stata la “politica delle cannoniere” dell’Europa nell’Ottocento e dimentica qual è la sostanza del diritto internazionale che è essenzialmente anarchica perché manca un soggetto politico che consenta l’applicazione di una norma negli ordinamenti statali. Il diritto internazionale è condizionato dalla volontà delle nazioni più forti e da un equilibrio variabile, da una rinegoziazione continua dei principi e degli interessi.

Detto in questi termini è brutale, ma se ne faccia una ragione chi rabbiosamente invoca la legalità internazionale e soprattutto quegli stati che non hanno la forza sufficiente per romperla impunemente. Gli Stati Uniti sono ancora l’unica superpotenza in grado di fare e disfare a piacimento. Non saranno le strategie degli oleodotti o complicate tattiche diplomatiche di Mosca e Pechino a spezzare questa supremazia quando basta qualche azione militare precisa per ricordare a tutti chi comanda.

Il Venezuela è un caso emblematico: la vittoria della forza, la maschera della procedura legale. Gli americani non hanno provocato un rovesciamento totale, ma hanno attivato tutti gli strumenti di pressione per indurre il governo di Caracas a definire una nuova linea politica. La situazione sul campo è ancora complessa e non si può rischiare un vuoto che provochi la competizione incontrollata per il controllo dello Stato. Gli Stati Uniti rivendicano con ruvidezza il diritto di intervenire ovunque ritengano minacciata la propria sicurezza e i propri interessi, ridefinendo la politica delle sfere d’influenza in chiave militare e giudiziaria. La vocazione imperiale resta intatta: forza repentina, tecnologia, presenza militare diffusa, servizi d’intelligence ramificati, capacità di intimidazione degli avversari. Gli Stati Uniti non possono permettersi di concedere troppi spazi alla Cina in America Latina e il Venezuela, era il centro di propulsione di questa presenza. La Cina si dimostra incapace, come la Russia, di difendere i propri alleati. La lotta spietata per il predominio delle zone strategiche, è ricominciata a pieno ritmo.

Comprendere questa realtà non significa abbandonarsi ad infatuazioni filo-atlantiche, il colpo inferto al Venezuela e gli altri che arriveranno, sono una botta di realismo. Le principali nazioni europee dovrebbero abbandonare il vaniloquio e attrezzarsi ai nuovi tempi. Invece di continuare con la politica del bosco incantato dove i sogni si avverano, è tempo di una robusta dose di Realpolitik.

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