
Quattro anni di guerra. Era il 24 febbraio 2022 quando iniziava l’invasione su larga scala dell’Ucraina a opera delle Forze armate della Federazione Russa. Ma è anche l’anniversario di un fallito colpo di stato che avrebbe dovuto consentire ai russi di installare a Kiev un governo di stretta obbedienza moscovita, secondo le intenzioni di Putin e degli strateghi del Cremlino. Quel giorno molti hanno creduto che tutto si sarebbe concluso in poche settimane, pure l’intelligence americana e britannica informata dei piani di attacco. Solo che nella storia ci sono sempre gli imprevisti e tutti i piani disegnati sulle mappe devono reggere alla prova dei fatti sul campo di battaglia. La tenace resistenza ucraina e probabilmente un’eccessiva sottovalutazione dell’avversario, ha fatto saltare lo schema russo e il desiderio di Putin di riportare in tempi brevi l’Ucraina nella sfera d’influenza imperiale russa, si è trasformata in una lunga carneficina senza sbocco strategico.
La situazione militare

Certamente i russi occupano una rilevante porzione del territorio orientale ucraino, ma quella che risulta essere un enorme vantaggio tattico, non è ancora una vittoria sul piano strategico-politico. Oltre alla mancata caduta di Kiev, il tentativo di evitare l’allargamento della Nato, ha avuto come conseguenza l’adesione della Svezia e della Finlandia all’alleanza atlantica, aumentando la pressione contro la Russia a nord sul Mar Baltico. Sul territorio ucraino l’avanzata russa ha rallentato sempre di più fino allo stallo della linea del fronte, tanto che nel 2025 le truppe di Mosca sono riuscite solo una manciata di territorio, intorno all’1%.
Tuttavia la grande resistenza ucraina, il prolungamento del conflitto, accompagnato da qualche sporadica offensiva più o meno riuscita, ha praticamente ridotto al minimo la capacità militare dell’esercito ucraino e questa realtà non si può negare. Gli ucraini non hanno più personale sufficiente, i reclutamenti non riescono a compensare le perdite o le necessità di riposo e ricambio delle truppe, tanto da rendere difficoltosa la rotazione dei reparti. I Russi hanno una grossa difficoltà ad avanzare e a sfondare in molti punti, ma i loro attacchi contro la rete elettrica, ha messo a dura prova le fabbriche e gli hub logistici dove arrivano le armi dei paesi occidentali. Le capacità tattiche ucraine sono ridotte al minimo perché ogni eventuale contrattacco, oppure la semplice difesa di un settore risulta difficile per la difficoltà a muovere i reparti rimanenti costringendo i comandi a scegliere quale territorio rafforzare di più in considerazione della scarsità di uomini e mezzi da potere spostare.
Il campo politico
Discutere di negoziati è sempre più difficile e infatti l’attività diplomatica è impantanata. I Russi insistono sulla richiesta di acquisire il resto del Donbass ancora sotto il controllo ucraino come condizione preliminare per un accordo, ma si tratta di una pretesa eccessiva o un modo per alzare il tiro. Gli Stati Uniti continuano a trattare l’Unione Europea come un soggetto marginale nei negoziati in corso, così come i russi che parlano solo con gli americani, ignorando cordialmente le istituzioni europee. Difficile dargli torto. Gli stati più rilevanti dell’Europa si sono impuntati su un sostegno ad oltranza, ma quando si sarebbero potuto mostrare i muscoli, mandare le truppe in campo per bloccare sul nascere ogni velleità russa non hanno esitato a tirarsi indietro. In mezzo a questo frastuono di voci dissonanti, dobbiamo assistere al livello mediocre di un ampio settore della classe politica europea che non conosce la storia dei rapporti secolari e complessi tra Russia ed Europa.
L’Alta Rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, è totalmente screditata. Del resto c’è poco da aspettarsi, già il suo è un incarico vuoto e altisonante, ma poi sentirle dire che la Russia si deve arrendere, significa proprio ignorare le basi della storia e della politica: da quando chi ha un vantaggio sul campo di battaglia si ritira o si arrende? Neanche nelle fiabe.
Il quadro che è emerge è assurdo: l’Unione Europea è irrilevante nei negoziati ma contemporaneamente agisce per il prolungamento della guerra, impegnandosi a sostenere l’Ucraina con armi comprate soprattutto dagli Stati Uniti. Senza una prospettiva realistica o una visione condivisa del futuro. In questo vuoto di rappresentanza europea si attivano la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia e la Germania che puntualmente arrivano in ritardo con proposte alternative ma senza sostanza.
L’Ucraina non può essere calpestata ma la Russia non può essere umiliata. La soluzione politica del conflitto si deve trovare in questo spazio stretto, in una zona grigia dove è impossibile ripristinare la condizione politica precedente allo scoppio della guerra, ma su una rinnovata visione dei rapporti con la Russia senza reciproche intimidazioni. Oltre il campo di battaglia c’è qualcosa di più vasto di un semplice conflitto regionale per affermare le sfere d’influenza, l’Europa si indebolisce ancora di più nel fuoco incrociato degli opposti imperialismi di Washington e Mosca. L’Ucraina è finita in un gioco più grande, giustamente non si accontenta di generiche rassicurazioni ma vuole garanzie di sicurezza precise. L’Europa è al centro della contesa, la politica estera degli Stati Uniti sembra capricciosa e imprevedibile, eppure esiste un filo conduttore che lega l’atteggiamento di tutti i governi dell’intero spettro politico americano dell’ultimo secolo: l’ostilità nei confronti di una potenza rivale nello spazio euroasiatico. Il controllo dell’Europa passa per il contenimento della Russia e il suo allontanamento dalla Cina. La politica di Trump segue anche un altro obiettivo: rallentare, ritardare ed eventualmente sabotare un primo nucleo di autonomia strategica europea. Gli americani si sganciano dal vecchio continente, ma conservano una stretta sorveglianza. I Russi giocano di rimessa e in questo conflitto amici e nemici si confondono. Da questo punto di vista, siamo molto indietro, le nazioni europee tornano a riarmarsi, affermano una politica più incisiva su Difesa e Sicurezza. D’accordo, si rafforza l’industria miliare che si compone di tante cose, ma la strategia politica qual è? Il rischio è quello di restare ancora una volta ai margini, spettatori di un destino politico deciso altrove.









