La cartografia prova a raffigurare con la massima precisione un mondo che sfugge alle rappresentazioni definitive, soprattutto perché è molto difficile descrivere su una superficie piana un pianeta sferico. Le war room ad alta tecnologia nelle quali si dilettano gli strateghi delle grandi potenze, non sono poi tanto diverse dalle mappe distese sui tavoli sotto le tende da campo allestite da Napoleone. Le mappe sono uno strumento di lotta politica, ambizione e proiezione di potenza, ma le tattiche studiate a tavolino molto spesso non sono sufficienti, bisogna cogliere le occasioni, affidarsi all’imprevisto come la nebbia sopra Austerlitz che il 2 dicembre del 1807 aiutò le truppe francesi a vincere contro austriaci e russi.
La dottrina del Lebensraum, rimossa dopo che i nazisti l’avevano fatta propria, riproposta sotto l’etichetta rassicurante di geopolitica, è tornata a guidare le ambizioni degli Imperi moderni, Stati Uniti, Cina e Russia. Con la globalizzazione un solo grande spazio è disponibile per chi ha ambizioni. I sovranismi sono avvisati, siamo in pieno neoimperialismo, con tanto di occupazione fisica del territorio, una riedizione, forse parodistica, degli antichi imperi. Così ciascuno si fa la propria mappa a seconda delle esigenze.
Trappole e cartografi
Friedrich Ratzel, acclamato cartografo nato a Karlsruhe nel 1844, allora capitale del granducato del Baden, pioniere anche della “geografia politica”, inventò il termine Lebensraum nel 1901. Parola sottile e dura. Nata come teoria difensiva, si trasforma in concetto offensivo e la prima a impadronirsene è la Prussia che diventa il pilastro del Secondo Reich. Lo stesso Ratzel sosteneva che lo sviluppo di un popolo è influenzato dalla situazione geografica, e una società che si è effettivamente adattata a un territorio tende logicamente a espandere i confini del proprio paese ad altri territori. Ma decidere dove andare e come non è così semplice. Le mappe non corrispondono proprio sempre alla realtà fattuale degli spazi. Tutte le carte appese ai muri e distese su un tavolo sono simulazioni, innanzitutto perché la terra è rotonda. E la prima difficoltà, come già anticipato, è illustrare una sfera in una superficie piana. Le carte come le leggiamo oggi sono il risultato del lavoro del fiammingo Gerhard Kremer (nome italianizzato in Gerardo Mercatore) il quale fece rotolare un cilindro e come base di partenza scelse la sua proiezione centrale. Tecnica considerata valida anche per le carte nautiche. La costruzione di una mappa è un’operazione assai delicata, che comprende due diverse fasi: la triangolazione e il rilevamento topografico. Mercatore pubblicò la sua prima carta nel 1569, poi cominciò a costruire un grande atlante fino alla sua morte nel 1594.

La più misteriosa, e anche la più ambita, oggi è la carta dell’Artico. La difficoltà iniziale di Mercatore che non riusciva a disegnarlo, è stata risolta ed oggi abbiamo mappe abbastanza precise del Polo Nord e dell’intero circolo polare. Google maps dal 2012 può mostrare dettagli prima ignoti e luoghi difficilmente raggiungibili se non in aereo o in nave, ghiacci permettendo. Ad esempio Cambridge bay, un piccolo centro nella regione Kitikmeot nel Nuvavut, è il territorio canadese più vicino al Polo, abitato da poco più di 1500 persone di etnia Inuit. Fra quelli in cui si è spinto lo Street View, può essere considerato il più remoto, mentre la zona più a nord è in Alaska. Pur potendo osservare con la precisione dei satelliti ogni albero e casa, c’è sempre una mappa dei desideri delle nazioni che da quelle parti si contendono le vie migliori per il passaggio a nord-ovest.
In Europa non possiamo scherzare su queste cose e non ci riferiamo al colonialismo guidato da mappe spesso immaginarie e politicamente aggiustate. Né a futuribili scontri tra i ghiacci. La memoria deve tornare a tempi recenti al 1991 con le guerre in Jugoslavia. Quello è stato il momento nella recente storia europea dove è tornato in campo il Lebensraum. Croati e sloveni contro Serbi, poi serbi e croati contro i bosniaci, kosovari e montenegrini contro i serbi, con e senza violenza. Settanta anni prima, con la sconfitta degli Imperi centrali nella Grande guerra e con la dottrina dei dodici punti del presidente americano Wilson, furono ridisegnati i confini d’Europa, dalla Francia alla Russia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1945, la vittoria anglo-americana ha introdotto in modo definitiva la sovranità limitata. In Occidente la Polonia del 1939 era un paese multietnico e multireligioso, poi è diventato tutto polacco e cattolico dopo il 1945 con l’espulsione dei tedeschi. Al contrario, nell’area centro-orientale la Jugoslavia e la Cecoslovacchia hanno messo insieme popolazioni che si sono poi separate, con il sangue nei Balcani, dopo il crollo dell’Urss, il grande sorvegliante. Mappe etniche, religiose e politiche che hanno riacceso la fiamma identitaria ma hanno anche animato odio e diffidenze.
A volte i pasticci cartografici nascondono qualcosa di più grande, quello che i politologi insistono a chiamare “ordine mondiale”. Il sistema globale non ha più un centro, ne ha molti, ognuno dei quali cercherà di proiettare il potere in qualsiasi modo possa servire i propri interessi. Per quelli che la sanno lunga, sarà hard power o soft power, ma sempre di potere e potenza si parla, non di smancerie diplomatiche. È in arrivo un’epoca multipolare?
La spartizione che i tre grandi, Stati Uniti, Cina e Russia vorrebbero realizzare oggi, almeno a giudicare dall’imprevedibile Trump, dal misterioso Xi e dal gelido Putin, tutti pronti almeno sulla carta ad una nuova suddivisione delle sfere d’influenza, nasconde il seme di un tragico fallimento e l’illusione che gli altri stiano a guardare e ad accettare passivamente.
Lo ha detto chiaramente al Forum di Davos, il primo ministro canadese Mike Carney che in un memorabile discorso ha smontato tutte le ipocrisie sul diritto internazionale e si è rivolto alle medie potenze affinché reagiscano alla prepotenza dei colossi. Alla rassegnazione, Carney ha contrapposto con un’espressione paradossale “Il potere dei senza potere”, riprendendo il titolo di un libro di Vaclav Havel. “Le medie potenze debbono unirsi perché se non si siedono attorno al tavolo diventano il menu”. Un messaggio rivolto anche a noi europei di smetterla di accodarci, di fare gli spettatori e di rientrare nella Storia con grande stile e senza bonarie reticenze.








