REVOLVER

una cospirazione di irriverenti

L’arroganza dei censori

Venerdì 30 gennaio era prevista una conferenza nella sala stampa della Camera dei Deputati sulla proposta di legge di iniziativa popolare sul tema della “remigrazione”. A presiederla ci sarebbero stati il deputato della Lega, Domenico Furgiuele e i rappresentanti del Comitato “Remigrazione e Riconquista” con il portavoce di Casapound Luca Marsella e altri rappresentanti delle forze antagoniste identitarie, Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, Jacopo Massetti di Brescia e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti. Alcuni deputati di Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa hanno occupato la sala stampa e da quel momento si è sviluppata una bagarre che alla fine ha portato alla sospensione dell’incontro.

Ovviamente l’episodio ha innescato polemiche e scambi di accuse incrociate. I custodi della presunta sacralità del Parlamento e dello spirito repubblicano hanno tirato un sospiro di sollievo per avere impedito quella che secondo loro, sarebbe stata una profanazione delle istituzioni e della Costituzione. Quest’ultima, agitata come un totem, a seconda delle convenienze del momento dentro una gigantesca fiera dell’ipocrisia imbastita da un ampio settore della Sinistra politica che non ha perso l’occasione per esibirsi in una miserevole buffonata.

Il senso della misura dovrebbe spingerci a non esprimere giudizi così ruvidi, il timore di un fantomatico quieto vivere, dovrebbe indurci ad approvare il comportamento delle opposizioni che hanno vietato l’incontro in virtù di una liturgia democratica a cui dovremmo mostrare tutta la nostra riverenza.

Invece no, noi abbiamo deciso di sabotare questa liturgia intrisa di finzione e arroganza, rifiutare ogni deferenza perché non sopportiamo i censori con i loro minuetti parolai. La bassa politica intrisa di pedagogia, l’intimidazione come metodo rivestito di parole democratiche, la supponenza di chi vorrebbe definire un ordine morale che pretende di stabilire luoghi e termini del discorso pubblico sono insopportabili.

La “remigrazione” si riferisce al progetto di rimpatrio forzoso di tutti quegli immigrati, la cui mancata integrazione è causa di problemi di ordine economico e sociale in molti paesi europei e alla definizione di meccanismi di incentivo al ritorno nei propri paesi d’origine a chi rifiuta una forma di integrazione nella nazione che li ospita.

Il tema suscita reazioni contrastanti, provoca scontri e divide.

Perché molti desiderano censurarlo o espellerlo dal dibattito politico? Perché tocca un nervo scoperto della società civile italiana ed europea, mostra la bancarotta del cosmopolitismo, il fallimento dell’integrazione che è poco più di un concetto vuoto.

La questione ci costringe a metterci dinnanzi ad un bivio: cosa si può tollerare nello spazio di civiltà europeo e cosa si deve respingere. Da una parte la necessità di riconnettersi all’eredità europea per difendere uno spazio di civiltà, dall’altra un pensiero della mescolanza universale che confonde i simboli dell’identità con il consumo folkloristico degli stessi. La convivenza quando oltrepassa certi limiti, diventa scontro e decadimento culturale. Popoli nettamente differenti dal punto di vista etnico-culturale, non possono risolvere tutto attraverso un dialogo generico basato su ipotetici valori astratti. Integrazione e assimilazione sono due concetti differenti, la prima presuppone la conservazione del retaggio culturale di una comunità, la seconda prevede l’abbandono del proprio bagaglio culturale per acquisire quello della comunità che ti ospita. Né l’integrazione né l’assimilazione funzionano quando non si definisce ciò che può essere tollerato nello spazio civile europeo e quello che va respinto senza esitazione.

Il fallimento del multiculturalismo e il tema della “remigrazione” fanno tremare le vene e i polsi ai tutti i “democratici” sostenitori della censura. La realtà sfascia la narrazione rassicurante basata su parole cariche di emozioni come integrazione, inclusività e tolleranza, tanto care al salottino progressista dove, prima o poi, tutto si aggiusta. La pedagogia applicata al confronto politico è insopportabile, la richiesta di pazienza e comprensione ai ceti sociali più precari delle grandi periferie, immerse in conflitti tra etnie, non è più sostenibile.

Ci sono questioni che impongono parole chiare, pretendono una presa di posizione senza formalismi che nascondono la viltà perché non si può più tacere. Non stiamo qui ad esaminare il grado di simpatia politica dei promotori della legge e non ci importano quanto siano vicini o lontani dalle nostre culture politiche.

Vogliamo girarci dall’altra parte e fingere che tutto si risolva in un grande abbraccio? Di fronte a un fenomeno migratorio disordinato serve un governo politico dei flussi rigido e assertivo, freddo e poco incline alla commozione.

Giovanni Battista Belzoni, il vero Indiana Jones italiano

L’undici aprile 1803 al Teatro di Sadler’s Well, ci sono duemila persone che attendono con ansia la novità assoluta: l’esibizione del famigerato “The Patagonian Sampson”, il Sansone Patagonico.

Quando arriva il momento, sul palco sale un gigante di due metri e dieci, con un copricapo di piume sulla testa, il torace ampio, gonnellino di pelle e calzari. Riccioli rossi e gli occhi azzurri, scruta il pubblico con aria minacciosa, indossa un’imbracatura di metallo con due pedane laterali. Dodici uomini compaiono alle sue spalle e si sistemano sulla struttura: otto sui due lati, tre in testa. Il gigante si alza e solleva tutti, quasi senza fatica mentre il pubblico applaude sbalordito.

Quell’uomo non è un selvaggio della Patagonia, ma un padovano di venticinque anni di nome Giovanni Battista Belzoni. A sedici anni ha lasciato la bottega del padre barbiere, andando prima a Roma in cerca di fortuna e poi in Francia a fare il commerciante di talismani, poi di nuovo a Padova dove si è fermato giusto il tempo per organizzare un viaggio verso Amsterdam insieme al fratello Francesco, dove giungono nel 1803. Belzoni ha una passione per l’idraulica e lì vuole studiare meglio la materia, ma, non sappiamo con precisione come sia finito nel mondo dello spettacolo: per nove anni si esibisce fino a quando non arriva a Londra.

Durante gli spostamenti conosce Sarah, la donna di cui si innamora, ricambiato, che ben si adatta allo spirito avventuriero del marito. Dopo un periodo di ingaggi teatrali in Portogallo e Spagna, nel 1814 i coniugi Belzoni finiscono a Malta, con l’obiettivo di raggiungere Istanbul, dove sembrano esserci buone opportunità di guadagno presso la corte ottomana. Nei loro progetti, deve trattarsi di un breve periodo, per poi rientrare in Italia.

La Corrida, rito e sacrificio da osservare senza comprendere

 

La Corrida in Spagna, vive in mezzo a due fuochi, quello della tradizione e l’altro dell’etica contemporanea, in un terreno di scontro istituzionale e identitario. Chi pensa che stiamo discutendo di un fenomeno residuale si sbaglia ed è difficile spiegare al pubblico italiano l’aumento dell’affluenza e la rinnovata popolarità di questa manifestazione di vita e morte nell’arena. A queste latitudini, suscita soprattutto sentimenti di ripugnanza e indignazione, considerata un antico retaggio di un mondo arcaico che dovrebbe sparire.

La tauromachia evidentemente non merita complessità, la questione viene liquidata, disprezzata dalla ragioni del progresso emancipato. È solo uno spettacolo del dolore da abolire in nome della civiltà – dicono i più – una tortura legalizzata, un mattatoio a cielo aperto e tutto l’armamentario di condanne senza appello. Critiche probabilmente giuste che non comprendono il retaggio di un’identità che resiste all’usura del tempo e alla disapprovazione in tutte le sue forme. Forse non c’è niente da capire in una plaza de toros. Si guarda e si attende. Il pensiero razionale rifiuta ogni giustificazione per questo rito barbarico e ancestrale. Ma se ci sganciamo dalla servitù dei significati, restano solo gesti, immagini e corpi.

Cos’è allora la Corrida? Un luogo dove la morte si lascia guardare senza maschere e redenzione. Gesti lenti e assoluti, reliquia brutale di una liturgia che colpisce la nostra rinnovata sensibilità, ma forse c’è di più. La rimozione della morte dalla scena pubblica, dei riti collettivi di passaggio, del tempo non eternamente reversibile, hanno reso “oscena” – nel senso di ciò che non si può mostrare – una cerimonia che ci ricorda qualcosa di imminente e senza parole, una matrice mediterranea di sacralità perduta, un’arte effimera e irripetibile.

L’arena è un luogo di emozioni arcaiche e del ricordo perduto di un tempo in cui la cura per la natura implicava il riconoscimento del rischio e del sacrificio come insopprimibili elementi della vita e dell’arte. L’architettura delle arene rimescola elementi contrastanti: bellezza, nobiltà del toro, eleganza dei movimenti del matador, ferinità, sacrificio, sangue. Interpretarla semplicemente come uno spettacolo della crudeltà e dell’agone selvaggio, è un modo per non andare oltre la superficie. La corrida va oltre le regole dell’intrattenimento, da osservare senza necessariamente approvarla. Scriveva Stendhal che la “verità è composta di dettagli”.

La Corrida è qualcosa di trascendente, enigmatico, irreversibile, una danza lenta di corpi, muscoli, corna, mani e caviglie, dove le movenze sono costanti e non fluide. Una partitura musicale con la ripetizione ossessiva dello stesso motivo dello scontro tra uomo e animale. Oltre la violenza, l’essenza tragica di qualcosa che non dovrebbe essere mostrato ma è lì, in carne ed ossa. Dialogo muto intorno alla morte e il ricordo perduto di un rito sacrificale. Per tutto il resto, non c’è niente da capire.

Omaggio ad Alberto Arbasino

Ci manca. Aveva creato un mito, una piccola setta di appassionati impegnata a raccogliere e leggere i suoi articoli sul Corriere della Sera, Repubblica e Il Giorno. Impossibile dimenticare quelle critiche feroci, eleganti e divertenti anche ai pezzi grossi della cultura normalmente intoccabili come Moravia, Strehler o Visconti. E poi i suoi libri nelle edizioni più disparate e rare. L’anno appena trascorso, è stato all’insegna del ricordo di Alberto Arbasino (1930-2020) scrittore e giornalista tra i più originali che l’Italia ha avuto.
Prima un documentario presentato qualche tempo fa alla Mostra del Cinema di Roma e poi la ristampa della prima edizione di Fratelli d’Italia, un romanzo enorme, con una storia peculiare, più volte riscritto e aggiornato nei decenni successivi, accompagnato da una scia di polemiche, scandali e retroscena.


L’assenza di Arbasino si avverte soprattutto se guardiamo al panorama letterario nostrano pieno di scrittori mediocri carichi di narcisismo e libri buoni per la stufa a legna. Non passa giorno che non ci chiediamo cosa direbbe e scriverebbe dell’Italia quotidiana e del mondo, tra casi di cronaca mediaticamente sovraesposti, fenomeni e variopinti “tormentoni”, parola, per inciso, inventata da lui. Forse si sarebbe divertito a scrivere qualche “Rap” titolo di un suo libro e chiaro riferimento alla ritmica di quel genere musicale, per sbeffeggiare, satireggiare, giudica-re, mescolando l’alto e il basso. Cronache culturali in versi, in diretta del poliedrico Arbasino: scrittore, saggista, romanziere, diplomatico mancato, viaggiatore e per un breve periodo pure politico. Indipendente del Partito Repubblicano, record di presenze in Parlamento. Arrivava prestissimo e rimaneva malissimo quando i suoi colleghi arrivavano in ritardo. Un impegno preso sul serio ma finito nella noia e nello spreco di tempo in mezzo alle fotocopie come raccontato anche nel documentario dalla nipote Silvia.

Prima di Roma, la città che lo ha consacrato, ci sono state Voghera, Pavia e Milano dove ha studiato Giurisprudenza. Voghera, la provincia, diventa lo spazio di quella struttura labirintica che è la personalità di Arbasino, set dell’infanzia delle “piccole vacanze” e dei racconti dell’educazione sentimentale lombarda. Un altro tormentone è quello della “casalinga di Voghera”, espressione da lui coniata con un chiaro riferimento ad una donna davvero esistita, la vogherese Carolina Invernizio, scrittrice poco nota, autrice a metà dell’Ottocento di romanzi d’appendice rosa-dark tipo “Il bacio di una morta”.

Arbasino non ha mai risparmiato rimproveri a quel ceto intellettuale italiano che si immaginava guida del popolo senza conoscerne niente, nemmeno le canzoni popolari e le abitudini.
Chi lo ha conosciuto racconta anche della fascinazione per le principesse e in particolare per una che poi era stata trasfigurata nella “Desideria” nel libro Fratelli d’Italia. Si trattava di Domietta Del Drago. Bella, ricca e colta in un contesto, quello delle principesse romane, dove di solito le apparenze nascondono una profonda superficialità.
Che ci trovava Arbasino nelle altre nobildonne un po’ scialbe? Secondo alcuni testimoni, con quelle dame si annoiava molto, pur non facendo mancare la sua presenza nelle feste mondane. Quegli incontri, insieme alla borghesia rampante, gli servivano come spunto per deridere quell’ambiente e inventare una “Recherche” intorno al Grande Raccordo Anulare.

Arbasino non è stato mai sopportato del ceto letterario potente, diremmo oggi, “mainstream”. Famoso in una nicchia, mitizzato dagli ammiratori e i lettori. Troppo elegante, benestante (magari poi meno di tanti altri che ostentavano una finta povertà), poco gregario, non interessato a certe ambientazioni da romanzo intimista, ma più attratto dall’Italia industriale e contemporanea.
Inoltre Arbasino non firmava appelli, non di dava pose da autore impegnato come certi suoi colleghi collezionisti di premi e prebende. Poco gli importava di stare sempre dalla parte “giusta” e così sbeffeggiava gli scrittori e intellettuali che mettevano “firme. Due, tre, dieci al giorno, su tutti gli argomenti e tutti i paesi: Grecia, Bolivia, Malesia, Messico, Cecoslovacchia, Costarica, India, Persia, Brasile, Filippine, Guatemala, Nicaragua, Cuba, Haiti, Libia, Paraguay, i due Vietnam, le due Irlande, le due Germanie, le due Coree, venti o trenta nuovi Stati africani oppressi o iniqui, la crisi del cinema, le nuove tendenze del teatro, le nuove forme del romanzo, gli spazi verdi, i movimenti dell’avanguardia, gli aiuti per le rivoluzioni, i sussidi per le ribellioni, le sovvenzioni per le insurrezioni, i versamenti anticipati per le rivolte, le biennali, triennali, e quadriennali, i festival, i convegni, le iniziative, le manifestazioni, le partecipa-zioni, i coinvolgimenti, i dibattiti, e tutti i problemi dei giovani. Moravia ha sempre già firmato”.

Moravia ha sempre già firmato! Questo articolo è degli anni Sessanta, quando Moravia era uno dei capi dell’industria culturale italiana. Il risultato: Arbasino sarà sempre considerato un “originale”, un “eccentrico”, mai scrittore veramente “serio”. Lui invece faceva molto ridere. Pur avendo scritto anche su argomenti serissimi, come i saggi sul caso Moro. E poi spietato col giornalismo cialtrone, coi tic dementi, con gli inutili eventi.

Ai dibattiti verbosi, preferiva partire e magari starsene qualche mese in California per tornare con dei reportage straordinari con dentro Kissinger, Isherwood o Capote (all’epoca sconosciuto in Italia). Oppure semplicemente stava chiuso a lavorare, nell’attico comprato in via Gianturco 4, a Roma. Sul citofono ci sono ancora le sue iniziali, anche se le proprietà è cambiata. Infatti gli arredamenti e l’ufficio di Arbasino sono stati quasi interamente ricostruiti al Gabinetto Vieusseux di Firenze, dove c’è una sala dedicata a lui.

Lì ci sono ancora la poltrone Eames, l’Olivetti elettrica e soprattutto, il leggendario fax-segreteria con cui si schermava dagli scocciatori, con messaggi registrati tipo: “Gentili e Pregiati Utenti e Corrispondenti, a causa dell’eccessivo traffico urbano di richieste e domande nelle abitazioni private, in mancanza di enti o uffici per smistarle si prega di rivolgere ogni questione unicamente attraverso il fax”; o ancora: “Gentili Amici, Amiche, Istituzioni, Associazioni, Fondazioni, Iniziative, Enti ed Eventi, ecc. a causa dell’accresciuto flusso quotidiano di innumerevoli richieste di varie incombenze e prestazioni per chicchessia, ciascuna con incessanti seguiti di corrispondenze loquaci, si fa ben educatamente presente che non è umanamente possibile dar corso o via libera a ulteriori verbosi scambi di cortesi telefonate e lettere!”.

J.E.

Stati Uniti. La forza come diritto

Il 2026 si è aperto con un incendio politico. L’azione dei militari americani che con un blitz hanno catturato presidente venezuelano Maduro, è molto di più di un’azione spettacolare che ribalta ogni senso del limite. È un gesto politico che ridefinisce, con brutalità, i rapporti di forza internazionali.

L’immagine di Nicolàs Maduro che entra in un’aula federale di New York con le catene come qualunque detenuto, segna un punto di non ritorno. Ad essere sotto processo non è solo un politico, ma è tutto uno Stato sovrano a finire nel sistema giudiziario statunitense con un’operazione militare condotta senza formale dichiarazione di guerra, senza mandato internazionale e senza mediazioni diplomatiche. Il diritto è diventato un’arma non convenzionale. Le accuse mosse dalla procura federale – narcotraffico, terrorismo – rientrano in una tattica non nuova e ben collaudata dagli americani: trasformare il nemico politico in un criminale comune.

In Europa chi invoca il rispetto delle regole dell’ordinamento internazionale, si dimentica di cosa è stata la “politica delle cannoniere” dell’Europa nell’Ottocento e dimentica qual è la sostanza del diritto internazionale che è essenzialmente anarchica perché manca un soggetto politico che consenta l’applicazione di una norma negli ordinamenti statali. Il diritto internazionale è condizionato dalla volontà delle nazioni più forti e da un equilibrio variabile, da una rinegoziazione continua dei principi e degli interessi.

Detto in questi termini è brutale, ma se ne faccia una ragione chi rabbiosamente invoca la legalità internazionale e soprattutto quegli stati che non hanno la forza sufficiente per romperla impunemente. Gli Stati Uniti sono ancora l’unica superpotenza in grado di fare e disfare a piacimento. Non saranno le strategie degli oleodotti o complicate tattiche diplomatiche di Mosca e Pechino a spezzare questa supremazia quando basta qualche azione militare precisa per ricordare a tutti chi comanda.

Il Venezuela è un caso emblematico: la vittoria della forza, la maschera della procedura legale. Gli americani non hanno provocato un rovesciamento totale, ma hanno attivato tutti gli strumenti di pressione per indurre il governo di Caracas a definire una nuova linea politica. La situazione sul campo è ancora complessa e non si può rischiare un vuoto che provochi la competizione incontrollata per il controllo dello Stato. Gli Stati Uniti rivendicano con ruvidezza il diritto di intervenire ovunque ritengano minacciata la propria sicurezza e i propri interessi, ridefinendo la politica delle sfere d’influenza in chiave militare e giudiziaria. La vocazione imperiale resta intatta: forza repentina, tecnologia, presenza militare diffusa, servizi d’intelligence ramificati, capacità di intimidazione degli avversari. Gli Stati Uniti non possono permettersi di concedere troppi spazi alla Cina in America Latina e il Venezuela, era il centro di propulsione di questa presenza. La Cina si dimostra incapace, come la Russia, di difendere i propri alleati. La lotta spietata per il predominio delle zone strategiche, è ricominciata a pieno ritmo.

Comprendere questa realtà non significa abbandonarsi ad infatuazioni filo-atlantiche, il colpo inferto al Venezuela e gli altri che arriveranno, sono una botta di realismo. Le principali nazioni europee dovrebbero abbandonare il vaniloquio e attrezzarsi ai nuovi tempi. Invece di continuare con la politica del bosco incantato dove i sogni si avverano, è tempo di una robusta dose di Realpolitik.

Corona il guastafeste

Fabrizio Corona sarà anche fastidioso, con un tratto arrogante, scomposto, disordinato, insomma, elencate voi tutti i difetti, ma ha un grande pregio: è il testimone furfante di una verità che nessuno vuole sentire, toccare e osservare.

Corona è una specie di filosofo decostruzionista nel senso che smonta e frantuma una rassicurante narrazione e non tanto per avere denunciato l’ennesimo scandalo del salotto televisivo, ma perché la storia che ha raccontato su Alfonso Signorini, descrive una realtà difficile da digerire per i guardiani del buon costume progressista.

Giovani uomini, maschi. Eterosessuali. Molestati in ambienti di potere televisivo, costretti a violarsi, a subire pratiche che mettono in crisi la propria identità e il proprio desiderio, perché l’orco, stavolta, non corrisponde alla figura prevista: non è il maschio dominante stereotipato, ma un uomo, omosessuale dichiarato.

Ve la ricordate la storia del #MeToo?
Questo è quello storto, al contrario, dove i corpi e le vittime non sono quelli che ci aspettiamo e non corrispondono al profilo mediatico buono e giusto. Un uomo eterosessuale molestato o ricattato sessualmente non è una vera vittima, come le altre. Interessa un po’ meno al sistema mediatico, non ci sono piazze per lui, né pagine sui giornali cariche di indignazione. E alla fine, doveva toccare proprio al dissennato Fabrizio Corona, sbatterlo in faccia.

Caos venezuelano

mappa a cura della rivista LIMES

 

Con un blitz condotto nella notte tra il 2 e il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno attaccato le principali installazioni militari del Venezuela e catturato il presidente Nicolás Maduro.

Questa è la fredda cronaca, poi ci sono le dichiarazioni incrociate, le prese di posizione e le lamentele degli ingenui che invocano il diritto internazionale e ancora non vogliono comprendere che nell’arena mondo esistono solo i rapporti di forza, la storia e le dissimulazioni che caratterizzano la politica internazionale dove niente è come appare.

Ora la domanda è d’obbligo: chi comanda a Caracas? Il presidente è stato arrestato ma le principali figure politiche e militari del sistema di potere sono ancora lì e da Washington si comprende chiaramente che l’azione non è finalizzata a ribaltare tutto. Il potere del Venezuela passa attraverso due settori: il Partito Socialista presente in massa negli apparati statali e l’esercito. Le figure apicali sono ancora tutte lì, soprattutto le tre figure chiave dell’architettura di potere: Delcy Rodriguez, Diosdado Cabello e Vladimir Lopez.

La decapitazione politica di Maduro non è un gesto impulsivo, né un’operazione “morale” mascherata dalla legalità internazionale. È innanzitutto una decisione cinica che parte da un’evidenza: quando una nazione possiede una quantità abnorme di risorse strategiche, la politica diventa inseparabile dall’economia e quest’ultima diventa inseparabile dalla sicurezza e dalla proiezione della forza politica.

Colpire il vertice, significa incrinare la catena di comando che go-verna l’accesso alle risorse. Non è tanto il Presidente, in questo caso Maduro, ad essere nel mirino, ma tutto il sistema di controllo che il suo potere rappresenta: licenze, concessioni, protezioni militari, triangolazioni e flussi finanziari. Il Venezuela resta, nonostante il collasso produttivo e l’implosione della società civile, una superpotenza energetica incompiuta. La sua anomalia non è la scarsità, è l’abbondanza soprattutto a livello petrolifero, con riserve enormi in gran parte difficili da trasformare che richiedono tecnologia, investimenti e una filiera industriale stabile.

La questione per gli Stati Uniti non riguarda la bassa produttività del Venezuela, ma il problema è che quel che produce è politicamente depotenziato, se si liberasse tutta la capacità produttiva di Caracas, si potrebbe ridefinire l’equilibrio regionale del mercato energetico. Il petrolio venezuelano non è solo merce. È una leva di potere, soprattutto in un’epoca di shock nei prezzi e nei flussi con conseguenze immediate sulla stabilità politica in Occidente.

Maduro aveva trasformato l’energia in uno strumento di resistenza geopolitica, impiantato un sistema di sopravvivenza fatto di contratti opachi, scambi di materie prime e intermediazioni con Cina, Russia e Iran, insieme a un sistema di pagamenti fuori dal circuito bancario occidentale. Finché il vertice politico resta in piedi, questa architettura parallela sopravvive, perché non è solo economica, ma l’espressione di apparati di sicurezza e gruppi di interesse che agiscono nell’ombra.

Colpire il vertice significa interrompere la catena decisionale che ha consentito al Venezuela di restare fuori dai principali circuiti energetici e di sviluppare un sistema parallelo seppur fragile. Non si può escludere che l’operazione militare statunitense sia stata facilitata dalla complicità di settori dell’apparato politico-militare venezuelano, gli stessi che oggi gridano contro la sovranità violata in un gioco fatto di mascheramenti e dissimulazioni.

Il Venezuela diventa il cardine di una tattica di ridefinizione del potere e non è detto che serva una transizione politica totale perché ci sono già figure e gruppi di potere dell’attuale regime pronti a subentrare per avviare una politica di riavvicinamento a Washington, allontanando Caracas da Pechino e Mosca. L’azione americana ribadisce il predominio nel Sud America.

Accanto al petrolio, c’è un altro dossier da valutare, quello delle materie prime strategiche. Il Venezuela non è oggi un perno del litio come il Cile o la Bolivia, ma possiede altri giacimenti con enormi possibilità di sviluppo in un territorio scarsamente regolato, dove l’estrazione può crescere rapidamente con innesti di capitale e adeguate protezioni. In un mondo dove la trasformazione dei mezzi di produzione dell’energia ridisegna le catene del valore, gli Stati Uniti non si possono permettere che altre quote di estrazione di litio, coltan, oro e terre rare finiscano sotto l’influenza della Cina e della Russia o diventino ampie zone grigie complicate da controllare.

La decapitazione politica di Maduro risponde a una tattica preventiva: intervenire prima che il Venezuela diventi il centro di una competizione per le risorse critiche. Non è un caso che la Cina abbia investito per anni in infrastrutture, credito e accesso privilegiato, accettando dilazioni dei debiti e persino perdite, pur di consolidare la presenza in quell’area del Sud America. Per i cinesi, il Venezuela è stato un laboratorio: garantirsi forniture e influenza in un Paese ricchissimo ma fragile. Invece la Russia con meno risorse, ha usato Caracas come piattaforma di proiezione politica e nodo logistico per provare a insinuarsi nello spazio americano. Finché il potere resta concentrato e protetto, questi accordi resistono. Dopo l’attacco militare tutto è diventato rinegoziabile e soprattutto contendibile.

C’è poi un altro elemento da prendere in considerazione: il messaggio. Un governo che sopravvive alle sanzioni, che imbastisce un’economia dell’elusione e riduce la dipendenza dal dollaro mantenendo il controllo delle risorse, lancia un messaggio pericoloso ad altri Paesi produttori: si può resistere e trattare da una posizione autonoma. Il Venezuela era diventato un modello da questo punto di vista e l’attacco ha assunto un significato preciso: le risorse strategiche devono restare dentro un ordine regolato e verificabile, tutto quello che va fuori da questa rotta va colpito. L’eliminazione politica di Maduro, ammantata di moralismo, è un’operazione di riallineamento ad un sistema, non c’entra niente il cicaleccio su una presunta democrazia da ripristinare. Nelle prossime settimane la nebbia si diraderà a capiremo meglio come sarà il futuro.

 

Parole e storie lungo la frontiera del West

 

C’è sempre una linea sulla mappa che marca un confine. Lì è segnato l’inizio e la fine di un territorio. Una linea di polvere che separa il noto dall’ignoto, l’ordine dal caos, il segreto e il visibile. Il romanzo di frontiera, una delle grandi narrazioni dell’immaginario occidentale: praterie, corsa all’oro e desiderio di ricchezza materiale, uomini e donne induriti nel carattere dalla fatica e dalle difficoltà. La frontiera è una soglia morale, il confine ultimo che tocca l’anima. È il luogo dove la civiltà si fa da parte ed emergono le energie elementari e l’Occidente da promessa, diventa un punto interrogativo.

Nella trilogia della frontiera Cormac McCarthy ha trasformato il western in un’epopea metafisica. I giovani ragazzi di Cavalli selvaggi, Oltre il Confine e Città della pianura non cercano gloria, ma cercano un senso alla loro esistenza. In Meridiano di sangue, la scrittura diventa più crudele e solenne come una liturgia: il West non è più uno spazio da conquistare, ma un tempo che volge al tramonto, il linguaggio del sangue si avvicina alla sacralità. McCarthy riscrive la frontiera come parabola della fine: la civiltà che avanza non redime, ma travolge ogni cosa, trasforma l’elementare, colpisce le forze barbariche. Prima di lui, John Williams aveva già disattivato il mito americano. In Butcher’s Crossing, il giovane Will Andrews, dopo tre anni a Harward, parte all’avventura verso il Far West in cerca di libertà e scopre che l’Ovest è abitato da uomini duri, in cerca solo di un modo per fare soldi, la maggior parte dei quali sperperati nei sogni perduti. Niente ideali, eroismo inesistente, solo il fruscio del vento e l’odore del sangue degli animali. Williams smonta la retorica dell’avventura e mostra la nascita del primo capitalismo, in cui la natura è risorsa e l’uomo è strumento. È il rovescio del sogno americano, diventato anche un film con Nicolas Cage.

Michael Punke, autore di Revenant, descrive la frontiera come luogo di lotta per la sopravvivenza: fame, neve, corpi spinti oltre ogni limite. Hugh Glass, cacciatore di pellicce abbandonato dai compagni di viaggio (al cinema interpretato da Leonardo Di Caprio) non cerca vendetta ma la propria dimensione umana. La battaglia per la dignità si ritrova nei racconti di Dorothy Johnson, testi che hanno ispirato grandi film – come L’uomo che uccise Liberty Valance e che hanno il merito di raccontare da punto di vista femminile, un ambiente totalmente maschile.

Nella nostra galleria c’è spazio anche per Larry McMurtry con Cavallo Pazzo. Lo scrittore texano restituisce la voce ai nativi, ribaltando lo sguardo della conquista: il capo Sioux diventa il simbolo di un mondo e una comunità perduta, cancellata dall’avanzata della Storia e dei conquistatori americani. Invece, nel suo libro più celebre, Lonesome Dove, McMurtry racconta l’altra prospettiva del sogno americano: la fine delle avventure nella frontiera del West e l’inizio dell’America come potenza. I vecchi ranger che attraversano un Texas già mutato non sono eroi, ma uomini stanchi, affaticati, testimoni anch’essi di un crepuscolo inesorabile. La frontiera svanisce e restano sullo sfondo solo le nostalgie di un mondo che non c’è più.

Il romanzo della frontiera ci parla di libertà e colpa, natura e destino. Restituisce il valore del limite, la lentezza del viaggio, racconta vittorie e sconfitte, dignità e miseria. Echi di sacralità in un mondo laico, in un tempo senza dèi.

Una trama di sangue da riscrivere

 

A Londra quando Scotland Yard aveva un problema difficile come un rebus, bussava all’indirizzo 221b di Baker Street, la casa di Sherlock Holmes per cercare il filo conduttore della storia che la polizia aveva smarrito. L’astuto e geniale detective sgorgava dalla penna di Artur Conan Doyle, distillava scienza, logica e fantasia. Nella testa di Sherlock la congettura diventava un puzzle di indizi che avrebbero alla fine incastrato il colpevole. Garlasco è una piccola cittadina in provincia di Pavia. Non è Londra, non c’è Sherlock Holmes ma c’è tutto il resto: un omicidio datato 13 agosto 2007. Caso risolto, forse. Pieno di ombre senza dubbio.

Quella mattina in una villetta di Garlasco fu uccisa Chiara Poggi, una giovane donna di 26 anni e ad essere condannato in via definitiva per quel delitto è stato il fidanzato dell’epoca Alberto Stasi. Fin qui sembra filare tutto liscio: un brutale omicidio e un assassino in galera dopo una regolare attività investigativa e processuale.

Al filosofo francescano Guglielmo d’Occam (XIV secolo) viene attribuito il famoso principio del rasoio di Occam: un metodo di pensiero che suggerisce di scegliere la spiegazione più semplice tra più ipotesi altrettanto valide, eliminando elementi superflui e complicazioni inutili per spiegare un fenomeno. In questa storia dell’omicidio di Garlasco, il rasoio si è spezzato e quei dettagli considerati superflui sono ritornati sulla scena, tanto da mettere in discussione persino la colpevolezza del condannato. Le verità processuali non sempre coincidono con i fatti realmente accaduti. È un terribile imprevisto che molti non vogliono prendere in considerazione perché crediamo o ci vogliamo illudere che magistrati, forze dell’ordine e istituzioni non possano sbagliare.

Due inchieste condotte dalla Procura di Brescia e di Pavia su un articolato sistema di corruzione dentro la magistratura e le forze dell’ordine, sembrano riscrivere il copione della vicenda di Garlasco, importante non soltanto per i suoi intrecci narrativi ma perché accende i riflettori su una serie di personaggi e maschere che come nella commedia pirandelliana, vanno alla ricerca di un autore che scriva il loro dramma.

Così il caso chiuso dell’omicidio di Garlasco, si riapre mediaticamente per effetto di una pressione partita dal basso grazie ai blog e ai canali di Youtube e non per merito della stampa mainstream e alla televisione che si sono accodate, quasi costrette a riportare l’attenzione su un caso che sembrava chiuso. La storia dell’omicidio Garlasco è accompagnata da un fenomeno corale di ricerca della verità che non è più quella “cristallizzata” nella sentenza definitiva di condanna ad Alberto Stasi. Un pubblico sempre crescente che rivendica verità e principio di non contraddizione.

Ci sono tutti gli elementi del conflitto: i colpi sparati da opinionisti in contrasto, i criminologi, gli avvocati, i genetisti forensi, i cambi di posizione repentini, le incoerenze, le parole dette, i messaggi cifrati conditi da una serie di narcisismi assortiti. L’occasione per molti di aumentare i famosi “15 minuti di celebrità” per acquisire o rafforzare le posizioni sulla dorsale della società dello spettacolo. C’è chi dice che su questa vicenda l’eccessivo rumore mediatico agisca soprattutto sul piano emotivo, lasciando i fatti concreti sullo sfondo, ma troviamo più fastidiosi i silenzi intorno a queste e ad altre vicende simili.

La trama insanguinata di Garlasco non racconta solo un tragico fatto di cronaca e una vicenda processuale dai contorni opachi, ma è destinata da diventare un caso politico perché descrive quello che non funziona nel nostro sistema giudiziario e potrebbe colpire uno di noi. Quello a cui stiamo assistendo non è semplicemente la decostruzione e riscrittura di un processo giudiziario. I punti oscuri sono ancora tanti, quello che è evidente è che questa storia segna un punto di svolta nella storia giudiziaria di questa nazione, forse un punto di non ritorno per l’immagine negativa che proietta sullo Stato e il suo ordinamento giudiziario.

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