Venerdì 30 gennaio era prevista una conferenza nella sala stampa della Camera dei Deputati sulla proposta di legge di iniziativa popolare sul tema della “remigrazione”. A presiederla ci sarebbero stati il deputato della Lega, Domenico Furgiuele e i rappresentanti del Comitato “Remigrazione e Riconquista” con il portavoce di Casapound Luca Marsella e altri rappresentanti delle forze antagoniste identitarie, Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, Jacopo Massetti di Brescia e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti. Alcuni deputati di Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa hanno occupato la sala stampa e da quel momento si è sviluppata una bagarre che alla fine ha portato alla sospensione dell’incontro.
Ovviamente l’episodio ha innescato polemiche e scambi di accuse incrociate. I custodi della presunta sacralità del Parlamento e dello spirito repubblicano hanno tirato un sospiro di sollievo per avere impedito quella che secondo loro, sarebbe stata una profanazione delle istituzioni e della Costituzione. Quest’ultima, agitata come un totem, a seconda delle convenienze del momento dentro una gigantesca fiera dell’ipocrisia imbastita da un ampio settore della Sinistra politica che non ha perso l’occasione per esibirsi in una miserevole buffonata.
Il senso della misura dovrebbe spingerci a non esprimere giudizi così ruvidi, il timore di un fantomatico quieto vivere, dovrebbe indurci ad approvare il comportamento delle opposizioni che hanno vietato l’incontro in virtù di una liturgia democratica a cui dovremmo mostrare tutta la nostra riverenza.
Invece no, noi abbiamo deciso di sabotare questa liturgia intrisa di finzione e arroganza, rifiutare ogni deferenza perché non sopportiamo i censori con i loro minuetti parolai. La bassa politica intrisa di pedagogia, l’intimidazione come metodo rivestito di parole democratiche, la supponenza di chi vorrebbe definire un ordine morale che pretende di stabilire luoghi e termini del discorso pubblico sono insopportabili.
La “remigrazione” si riferisce al progetto di rimpatrio forzoso di tutti quegli immigrati, la cui mancata integrazione è causa di problemi di ordine economico e sociale in molti paesi europei e alla definizione di meccanismi di incentivo al ritorno nei propri paesi d’origine a chi rifiuta una forma di integrazione nella nazione che li ospita.
Il tema suscita reazioni contrastanti, provoca scontri e divide.
Perché molti desiderano censurarlo o espellerlo dal dibattito politico? Perché tocca un nervo scoperto della società civile italiana ed europea, mostra la bancarotta del cosmopolitismo, il fallimento dell’integrazione che è poco più di un concetto vuoto.
La questione ci costringe a metterci dinnanzi ad un bivio: cosa si può tollerare nello spazio di civiltà europeo e cosa si deve respingere. Da una parte la necessità di riconnettersi all’eredità europea per difendere uno spazio di civiltà, dall’altra un pensiero della mescolanza universale che confonde i simboli dell’identità con il consumo folkloristico degli stessi. La convivenza quando oltrepassa certi limiti, diventa scontro e decadimento culturale. Popoli nettamente differenti dal punto di vista etnico-culturale, non possono risolvere tutto attraverso un dialogo generico basato su ipotetici valori astratti. Integrazione e assimilazione sono due concetti differenti, la prima presuppone la conservazione del retaggio culturale di una comunità, la seconda prevede l’abbandono del proprio bagaglio culturale per acquisire quello della comunità che ti ospita. Né l’integrazione né l’assimilazione funzionano quando non si definisce ciò che può essere tollerato nello spazio civile europeo e quello che va respinto senza esitazione.
Il fallimento del multiculturalismo e il tema della “remigrazione” fanno tremare le vene e i polsi ai tutti i “democratici” sostenitori della censura. La realtà sfascia la narrazione rassicurante basata su parole cariche di emozioni come integrazione, inclusività e tolleranza, tanto care al salottino progressista dove, prima o poi, tutto si aggiusta. La pedagogia applicata al confronto politico è insopportabile, la richiesta di pazienza e comprensione ai ceti sociali più precari delle grandi periferie, immerse in conflitti tra etnie, non è più sostenibile.
Ci sono questioni che impongono parole chiare, pretendono una presa di posizione senza formalismi che nascondono la viltà perché non si può più tacere. Non stiamo qui ad esaminare il grado di simpatia politica dei promotori della legge e non ci importano quanto siano vicini o lontani dalle nostre culture politiche.
Vogliamo girarci dall’altra parte e fingere che tutto si risolva in un grande abbraccio? Di fronte a un fenomeno migratorio disordinato serve un governo politico dei flussi rigido e assertivo, freddo e poco incline alla commozione.








