
Fabrizio Corona il fotografo, l’insolente, il pluricondannato, l’estorsore, il narcisista, il maledetto, la vittima, il vendicatore. Sarebbe lungo l’elenco degli aggettivi che ruotano intorno a questo personaggio, dipende dal punto di vista, dagli umori e dalle eventuali simpatie o antipatie. Quel che è certo è il suo talento per l’affabulazione e una capacità indomita di reinventarsi. Quando tutti lo consideravano ormai ai margini della scena, Corona è riapparso nell’agorà virtuale come il cavaliere vendicatore dei torti del sistema-spettacolo di cui un tempo era tra i protagonisti. Prima hanno bloccato i profili social e il canale youtube della sua trasmissione intitolata “Falsissimo” (parodia di “Verissimo”), pochi giorni dopo ha ricaricato quasi tutti i contenuti, annunciando nel frattempo, una serie di spettacoli al teatro. Insomma, se l’agorà virtuale prova ad espellerlo, lui si riprende lo spazio fisico e il contatto diretto con il pubblico. Ed è tutta una baldoria carica di aspettative per le nuove rivelazioni.
Falsissimo è il format che Corona ha avviato circa un anno fa a puntate spalmate su più episodi. Da Garlasco, a Gaza, passando per Fedez, la curva dell’Inter, le contese tra Totti e Ilary Blasi, fino ai siluri sparati contro i pezzi grossi di Mediaset. Il primo ad essere colpito è stato Signorini, poi sono arrivati gli attacchi a Pier Silvio Berlusconi, Maria De Filippi, Jerry Scotti e tutta il caravanserraglio. Lui che della Società dello Spettacolo era un fuoriclasse, adesso è il vendicatore postumo per eccellenza. Quello che Corona ha sempre compreso di sé è che la sua sfrontatezza narcisistica diventa prodotto mediato, altro che il famoso quarto d’ora di celebrità di Andy Wahrol, qui la ricerca è permanente ed effettiva.
“Falsissimo” andrebbe preso sul serio, non tanto per quello che dice, da non sminuire, ma perché incarna bene l’ultimo approdo dell’inchiesta giornalistica nell’epoca degli algoritmi, del frastuono dei social network, della mitomania di massa, dell’iperstimolazione dei contenuti e del basso livello di attenzione. Dal punto di vista drammaturgico è un cocktail di giornalismo d’inchiesta, trash, televendita e serialità, con le puntate divise per episodi.
Corona decostruisce il sistema e le sue narrazioni. Gli va riconosciuto un talento per la suggestione ipnotica. Quella cosa che ti spinge dopo un po’ a non prestare troppa attenzione a quello che dice, ma solo a come lo dice. Si entra in un flusso continuo di celebrazione del suo Ego, come nella serie Netflix a lui dedicata dal titolo “Io sono notizia”. Per noi ci sembra più adatto il titolo dell’opera di quel filosofo stravagante che fu Max Stirner che scrisse “L’Unico e la sua proprietà”. E chi è l’Unico se non Fabrizio Corona. Nelle sue invettive è incorniciato in uno sfondo nero con una luce tagliata che arriva da sinistra, una penombra che suggerisce: sto per dirti qualcosa che devi sapere. Poi stacchi rapidi, primi piani e pause teatrali seguiti da “ora vi faccio vedere una cosa” e ti mostra una foto, un video, una chat, che andrebbero a comporre tutti gli indizi di colpevolezza.
La maldicenza e dell’imboscata sono inserite nel carattere italiano più che altrove. Corona si immagina come l’eroe cacciato dalla società dello spettacolo che torna per vendicarsi di quella società che conosce troppo bene nei suoi vizi e virtù. Corona si trova bene nel suo ruolo: il cattivo consapevole, il manipolatore che confessa, il vendicatore per mezzo del pettegolezzo. Il gossip non è un sottoprodotto della tv commerciale o dei tabloid, ma una forma d’arte arcitaliana, quasi un genere letterario con i suoi maestri. Nella celebre lettera del 13 ottobre 1806, scritta a Jena, Hegel descrive Napoleone come un individuo straordinario che col suo agire rappresenta l’essenza stessa dello Spirito del tempo. Fabrizio Corona non ha la stoffa dell’Imperatore, ma è quello che più si adatta allo spirito del tempo: multiforme e contraddittorio.








