REVOLVER

una cospirazione di irriverenti

Occidente

L’Occidente era anche questo: una certa forma di pensiero prezioso, una connivenza di esteti, una cospirazione di casta, un’elegante indifferenza alla volgarità. I pochi che ancora condividevano quello spirito si comprendevano perfettamente tra di loro

(Jean Raspail)

Guastafeste

paradossale

irriverente

dissacrante

guastafeste

 

Tenetevi il 25 aprile dei perdenti che si credono vincitori.

 

Provare una qualche affinità elettiva con il 25 aprile, non è obbligatorio. È una festa di parte e tale deve restare. Celebratela voi insieme ai convertiti dell’ultima stagione, ai giornalisti debosciati, ai professori e agli intellettuali ipocriti con il reddito garantito, al sindacato inconsistente, agli scrittori senza lettori, agli appassionati della Costituzione mai applicata in più parti.

Il 25 aprile non la considero una festa. Rifiuto un ipotetico spirito repubblicano che mi dovrebbe unire all’avversario in un grande afflato di fraternità. La sconfitta nella seconda guerra mondiale (1939-1945), ha segnato il passaggio di poteri da una forma di governo ad un’altra. La celebrazione delle rivolte all’ultimo minuto, serve soltanto a mascherare la marginalità del fenomeno partigiano in tutti i suoi orientamenti.

La celebrazione del 25 aprile è servita una generazione politica un po’ risentita e a molti di quelli che tolsero la camicia nera giusto in tempo per battere le mani agli occupanti, di truccare il disonore del volgare tradimento dell’otto settembre 1943 quando, invece di provare un altro percorso politico nella gestione della guerra e dei rapporti con l’alleato tedesco, si decise di tradire e di passare dalla parte degli alleati con una serie di trucchi, così meschini che pesano ancora oggi sulla postura internazionale dell’Italia. Fummo all’epoca, tanto apprezzati dai nostri nuovi amici britannici e americani, da essere classificati come “cobelligeranti” e alla fine della guerra considerati solo una nazione sconfitta che non poteva dettare condizioni.

Mentre il resto della nazione restava a guardare, un’altra parte dell’Italia, sceglieva di restare con gli alleati tedeschi, di proseguire con l’esperienza coraggiosa e spericolata della Repubblica Sociale Italiana, proprio per mantenere fede alla parola data. L’ultima fase della guerra assunse la forma di un conflitto fratricida, italiani contro, con il contorno di vendette e uccisioni proseguite ben oltre la fine delle ostilità. A risalire la Penisola, furono le truppe alleate, inglesi, americani, francesi e altri battaglioni di supporto che “conquistarono” e non liberarono l’Italia e, come in ogni occupazione militare vittoriosa, dettarono le condizioni della pace.

Il 25 aprile non è la mia festa. Io sto dalla parte sbagliata, con quelli che scelsero di non abbandonare i camerati della prima ora e di combattere fino alla fine, consapevoli di andare verso una sconfitta sicura. La maggior parte di loro non lo fece in ossequio a una disciplina di apparato, ma per riscattarsi dal disonore sparso dai tanti voltagabbana.

Uomini e donne che rifiutarono la codardia e decisero di rischiare, di non restarsene rintanati in casa in attesa che passasse la tempesta. Non si misero un fazzoletto al collo pochi giorni prima della disfatta per battere le mani ai vincitori.

Appartiene all’indole aristocratica combattere perché è giusto farlo, senza certezze, senza calcoli, solo per l’onore. Provo una sincera ammirazione per quei ragazzi, un’identità di sentimenti. La lealtà sul campo di battaglia è più importante di ogni giudizio morale.

Note a margine di una guerra

Nel momento in cui scriviamo è difficile fare previsioni sui risultati della guerra contro l’Iran, perché la potenza di fuoco scatenata da Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano, non è un attacco preventivo, ma un atto di guerra in piena regola. Occorre fare chiarezza su questo punto e raccontare le cose come stanno. Un attacco preventivo è giustificato solo se è dimostrata una minaccia incombente e un avversario pronto a colpire, ma l’Iran non stava programmando niente. Il paese era già indebolito, la sua sfera d’influenza nel Medio Oriente ampiamente ridotta e le trattative sul nucleare erano ricominciate. Ad essere aggredito è l’Iran ed è un suo diritto rispondere e contrattaccare, lanciare missili e droni, colpire postazioni americane nei paesi del Golfo e attaccare i cieli di Israele. Teheran ha condotto una serie di attacchi con missili balistici e droni unidirezionali che hanno messo nel mirino tutti gli stati del Golfo, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, l’Oman, l’Arabia Saudita, dove è stata colpita la stazione della CIA in prossimità dell’ambasciata statunitense, il Kuwait, la Giordania e il Qatar, sono diventati bersagli privilegiati dei vettori iraniani.

Ad ogni azione, corrisponde una reazione. Il discorso non riguarda la valutazione della condizione interna della repubblica islamica, le proteste in piazza, la repressione violenta delle manifestazioni e il conflitto che percorre la società civile iraniana. È il caso di uscire fuori dallo schema delle opposte tifoserie e delle simpatie delle piazze che dalle nostre parti sbraitano contro i cattivi di turno a seconda delle convenienze e delle percezioni.

L’eliminazione di Khamenei e di una parte considerevole dell’apparato politico-militare moltiplica le incognite per un Iran malridotto, al di là dei risultati ancora tutti da valutare nel lungo periodo. Quello che stiamo vedendo è un tentativo maldestro di avviare un cambio di regime con un’enorme perplessità: gli americani hanno già un ampio controllo nel Medio Oriente e difficilmente si spiega questa scelta militare dal punto di vista tattico. La sensazione è che non si riesca più ad arginare il fanatismo militare israeliano, così come non si possono sentire i discorsi conditi di moralità e toni messianici da parte del primo ministro Netanyahu che consideriamo un criminale di guerra e non abbiamo nessuna reticenza a scriverlo. La lezione di Carl Schmitt viene oggi dimenticata: l’avversario politico viene ridotto a un nemico criminale e disumanizzato da annientare totalmente, portando alla fine del diritto e della politica. In questa sporca guerra c’è anche questo: ambienti del mondo ebraico o dell’evangelismo americano che evocano vendette divine per i nemici di Israele.

La storia al centro di tutto

Riassumere gli ultimi cinquant’anni della politica mediorientale richiederebbe decine di pagine. Basterà qui ricordare che nel 1979, quando la rivoluzione islamica di Ruhollah Khomeini si afferma in Iran, da circa trent’anni c’era un’intesa cordiale tra l’Iran governato dallo shah Reza Pahlevi con Israele e Turchia, una sintonia tra popoli non arabi immersi in una vasta regione araba. Nel febbraio 1979, Michel Foucault chiudeva sul Corriere della Sera la sua controversa serie sull’Iran con un quesito tagliente. In Una polveriera chiamata Islam, ultimo di dieci articoli, si chiedeva: “Quale forza avrebbe il movimento “religioso” di Khomeini se proponesse la liberazione della Palestina come obiettivo?” Intrecciando spinta rivoluzionaria e spiritualità politica, Foucault prefigurava un Iran animato da una radicale ostilità verso Israele, individuando il seme del conflitto che avrebbe incendiato il Medio Oriente, trasformando una reciproca avversione in attrito, poi in aperto contrasto, infine nello scontro totale di oggi.

La questione iraniana incombe dal quel famoso 1979. In questo mezzo secolo gli ayatollah hanno costruito un loro impero persiano e definito una sfera d’influenza in uno spazio geografico dominato dagli stati arabi a maggioranza sunnita. Hanno finanziato movimenti politici dotati di milizie armate, come Hezbollah in Libano, hanno costruito una rete di alleanze saldandosi ancora di più nell’ultimo decennio con Russia e Cina.

Adesso il futuro iraniano è ancora un rebus difficile risolvere. I cambi di regime non avvengono a colpi di missili, si possono favorire, ma bisogna avere contezza dei risultati e conoscenze delle forze politiche in campo. Americani e israeliani hanno sicuramente una quinta colonna interna e c’è una fazione della classe dirigente iraniana che vuole seppellire oltre alla salma di Khamenei anche la strategia politica di questi anni. Arriveremo al capovolgimento delle alleanze? È presto per dirlo. La struttura istituzionale sembra reggere ancora.

Le risposte a queste domande, devono prendere in considerazione un dato storico accertato: l’effettiva capacità dell’Iran di essere un solido incassatore di colpi come ha dimostrato nell’ultimo decennio. Dalla fase di massima proiezione regionale l’Iran ha assorbito: nuove sanzioni americane dopo la fine degli accordi sul nucleare nel 2018, l’eliminazione del generale Qasem Soleimani nel 2020, un’ondata di operazioni ibride e d’intelligence israeliane che hanno colpito alti vertici del regime e dei Pasdaran; attacchi di Tel Aviv alle strutture militari in Siria durante l’intervento a sostegno di Bashar al-Assad; il sostanziale stravolgimento di quell’alleanza nota come Mezzaluna Sciita nel 2023–2024; da ultimo, gli assalti militari del 2025 e del 2026. Tutto questo con cinque ondate di proteste di varia entità a partire dal 2022 che hanno comunque mostrato delle crepe nella struttura politica di Teheran.

La strategia iraniana si è mostrata fragile: troppi scontenti, troppi nemici e amici poco disponibili e spendersi e sacrificarsi nel momento del bisogno. La Russia si è sforzata di salvare Bashar al Assad in Siria, facendo un grande favore agli iraniani, ma dopo la sconfitta di quest’ultimo, si è subito impegnata a riallacciare i rapporti con il nuovo presidente siriano, l’ex nemico Al Sharaa. La Cina è troppo lontana, interessata soprattutto a forniture di petrolio e materie prime a buon mercato, ma sempre meno indispensabili vista la capacità di penetrazione di Pechino in altre aree del pianeta. Del resto, come poteva la crescita dell’influenza persiana e sciita in Medio Oriente essere accettata dalla grande maggioranza araba e sunnita? Stesso discorso per Israele e per gli Stati Uniti attenti sorveglianti della regione più ricca e instabile del mondo. Cosa faranno in Iran? Proveranno a orientare il collasso delle strutture politiche?

Questa guerra conferma una tendenza che solo gli ingenui si ostinano a non vedere: il sistema internazionale si regge su ordine stabile fatto di regole e cooperazione, ma sulla rivalità tra le maggiori potenze che modificano gli equilibri. La forza si fa diritto, il realismo offensivo governa.

Guerra e pace. La guerra in Ucraina e il disordine politico europeo

 

Quattro anni di guerra. Era il 24 febbraio 2022 quando iniziava l’invasione su larga scala dell’Ucraina a opera delle Forze armate della Federazione Russa. Ma è anche l’anniversario di un fallito colpo di stato che avrebbe dovuto consentire ai russi di installare a Kiev un governo di stretta obbedienza moscovita, secondo le intenzioni di Putin e degli strateghi del Cremlino. Quel giorno molti hanno creduto che tutto si sarebbe concluso in poche settimane, pure l’intelligence americana e britannica informata dei piani di attacco. Solo che nella storia ci sono sempre gli imprevisti e tutti i piani disegnati sulle mappe devono reggere alla prova dei fatti sul campo di battaglia. La tenace resistenza ucraina e probabilmente un’eccessiva sottovalutazione dell’avversario, ha fatto saltare lo schema russo e il desiderio di Putin di riportare in tempi brevi l’Ucraina nella sfera d’influenza imperiale russa, si è trasformata in una lunga carneficina senza sbocco strategico.

La situazione militare

Certamente i russi occupano una rilevante porzione del territorio orientale ucraino, ma quella che risulta essere un enorme vantaggio tattico, non è ancora una vittoria sul piano strategico-politico. Oltre alla mancata caduta di Kiev, il tentativo di evitare l’allargamento della Nato, ha avuto come conseguenza l’adesione della Svezia e della Finlandia all’alleanza atlantica, aumentando la pressione contro la Russia a nord sul Mar Baltico. Sul territorio ucraino l’avanzata russa ha rallentato sempre di più fino allo stallo della linea del fronte, tanto che nel 2025 le truppe di Mosca sono riuscite solo una manciata di territorio, intorno all’1%.

Tuttavia la grande resistenza ucraina, il prolungamento del conflitto, accompagnato da qualche sporadica offensiva più o meno riuscita, ha praticamente ridotto al minimo la capacità militare dell’esercito ucraino e questa realtà non si può negare. Gli ucraini non hanno più personale sufficiente, i reclutamenti non riescono a compensare le perdite o le necessità di riposo e ricambio delle truppe, tanto da rendere difficoltosa la rotazione dei reparti. I Russi hanno una grossa difficoltà ad avanzare e a sfondare in molti punti, ma i loro attacchi contro la rete elettrica, ha messo a dura prova le fabbriche e gli hub logistici dove arrivano le armi dei paesi occidentali. Le capacità tattiche ucraine sono ridotte al minimo perché ogni eventuale contrattacco, oppure la semplice difesa di un settore risulta difficile per la difficoltà a muovere i reparti rimanenti costringendo i comandi a scegliere quale territorio rafforzare di più in considerazione della scarsità di uomini e mezzi da potere spostare.

Il campo politico

Discutere di negoziati è sempre più difficile e infatti l’attività diplomatica è impantanata. I Russi insistono sulla richiesta di acquisire il resto del Donbass ancora sotto il controllo ucraino come condizione preliminare per un accordo, ma si tratta di una pretesa eccessiva o un modo per alzare il tiro. Gli Stati Uniti continuano a trattare l’Unione Europea come un soggetto marginale nei negoziati in corso, così come i russi che parlano solo con gli americani, ignorando cordialmente le istituzioni europee. Difficile dargli torto. Gli stati più rilevanti dell’Europa si sono impuntati su un sostegno ad oltranza, ma quando si sarebbero potuto mostrare i muscoli, mandare le truppe in campo per bloccare sul nascere ogni velleità russa non hanno esitato a tirarsi indietro. In mezzo a questo frastuono di voci dissonanti, dobbiamo assistere al livello mediocre di un ampio settore della classe politica europea che non conosce la storia dei rapporti secolari e complessi tra Russia ed Europa.

L’Alta Rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, è totalmente screditata. Del resto c’è poco da aspettarsi, già il suo è un incarico vuoto e altisonante, ma poi sentirle dire che la Russia si deve arrendere, significa proprio ignorare le basi della storia e della politica: da quando chi ha un vantaggio sul campo di battaglia si ritira o si arrende? Neanche nelle fiabe.

Il quadro che è emerge è assurdo: l’Unione Europea è irrilevante nei negoziati ma contemporaneamente agisce per il prolungamento della guerra, impegnandosi a sostenere l’Ucraina con armi comprate soprattutto dagli Stati Uniti. Senza una prospettiva realistica o una visione condivisa del futuro. In questo vuoto di rappresentanza europea si attivano la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia e la Germania che puntualmente arrivano in ritardo con proposte alternative ma senza sostanza.

L’Ucraina non può essere calpestata ma la Russia non può essere umiliata. La soluzione politica del conflitto si deve trovare in questo spazio stretto, in una zona grigia dove è impossibile ripristinare la condizione politica precedente allo scoppio della guerra, ma su una rinnovata visione dei rapporti con la Russia senza reciproche intimidazioni. Oltre il campo di battaglia c’è qualcosa di più vasto di un semplice conflitto regionale per affermare le sfere d’influenza, l’Europa si indebolisce ancora di più nel fuoco incrociato degli opposti imperialismi di Washington e Mosca. L’Ucraina è finita in un gioco più grande, giustamente non si accontenta di generiche rassicurazioni ma vuole garanzie di sicurezza precise. L’Europa è al centro della contesa, la politica estera degli Stati Uniti sembra capricciosa e imprevedibile, eppure esiste un filo conduttore che lega l’atteggiamento di tutti i governi dell’intero spettro politico americano dell’ultimo secolo: l’ostilità nei confronti di una potenza rivale nello spazio euroasiatico. Il controllo dell’Europa passa per il contenimento della Russia e il suo allontanamento dalla Cina. La politica di Trump segue anche un altro obiettivo: rallentare, ritardare ed eventualmente sabotare un primo nucleo di autonomia strategica europea. Gli americani si sganciano dal vecchio continente, ma conservano una stretta sorveglianza. I Russi giocano di rimessa e in questo conflitto amici e nemici si confondono. Da questo punto di vista, siamo molto indietro, le nazioni europee tornano a riarmarsi, affermano una politica più incisiva su Difesa e Sicurezza. D’accordo, si rafforza l’industria miliare che si compone di tante cose, ma la strategia politica qual è? Il rischio è quello di restare ancora una volta ai margini, spettatori di un destino politico deciso altrove.

Peter Thiel e l’Anticristo

La Silicon Valley viene spesso descritta come il regno della razionalità, dove il dominio della tecnologia si accompagna a una specie di ateismo militanti. Eppure alcuni dei volti noti di questo ambiente, fondano la loro visione del mondo su una concezione radicata nella tradizione religiosa. Niente di strano o di contraddittorio.

Peter Thiel è uno di questi, non un semplice imprenditore orientato al massimo profitto o un influente sostenitore dell’amministrazione Trump. Thiel è autore di interessanti scritti, partecipa e si fa promotore di un’attività metapolitica. Un attore con una base ideologica che intende utilizzare per trasformare la società occidentale. Alla base della sua visione del mondo c’è un impianto essenzialmente religioso, distante dai dogmi razionalistici e progressisti che tradizionalmente caratterizzano la cultura della Silicon Valley.

Questa dimensione emerge con particolare chiarezza nelle lezioni private sull’Anticristo, tenute da Thiel a San Francisco tra il 15 settembre e il 6 ottobre 2025. Sebbene il contenuto di questi incontri riservati non sia stato reso pubblico, i diversi resoconti giornalistici ci hanno consentito di ricostruire un nucleo di concetti principali.

In queste lezioni, Thiel interpreta la storia contemporanea da una prospettiva escatologica: la tecnologia come salvezza dell’umanità, l’Anticristo come male assoluto. Nel caso concreto, l’Anticristo – descritto genericamente come “forza distruttiva” – starebbe sfruttando la paura degli uomini per conquistare il potere e creare un governo globale unificato, facendo leva sulle incertezze causate dal progresso tecnologico, dalle possibili guerre o dalle mutazioni climatiche.

Possiamo fare delle ipotesi sull’identità reale dell’Anticristo? Una delle interpretazioni più plausibili, basandoci su ciò che dice e scrive Thiel, è l’identificazione dell’Anticristo nelle istituzioni statali e sovranazionali, viste come il principale ostacolo al progresso tecnologico. La regolazione, il controllo democratico e i limiti imposti alle Big Tech vengono così letti non come strumenti di governo, ma come forze di interdizione storica. Da qui l’avversione a istituzioni come l’Unione Europea predisposte ad un eccesso di regolamentazione.

In questa cornice, lo scontro tra élite tecnologiche e ordine politico globale non è più soltanto economico o ideologico, ma assume i tratti di una vera e propria battaglia teologica. È qui che compare il riferimento all’Armageddon, la battaglia finale tra bene e male che compare nel Vangelo: Essi vanno dai re di tutta la terra per radunarli per la battaglia del gran giorno del Dio onnipotente. (Ecco, io vengo come un ladro; beato chi veglia e custodisce le sue vesti perché non cammini nudo e non si veda la sua vergogna). E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Harmaghedon.

(Apocalisse di Giovanni 16,16).

Thiel è attratto dalle teorie sul declino dell’Occidente e immagina un recupero di quella spinta propulsiva. Egli concepisce i tempi moderni come terreno dell’Armageddon: da una parte c’è chi vuole imporre un sistema politico totale, l’ordine globalista, ovvero l’Anticristo; dall’altra c’è chi si oppone a esso, le forze tecnologiche della Silicon Valley. Torna utile anche una categoria centrale del pensiero politico moderno: il katechon. Riprendendo una nozione di San Paolo, il giurista tedesco Carl Schmitt definisce il katechon come la forza che trattiene il caos finale, che ritarda l’Apocalisse impedendo il collasso dell’ordine storico.

Ma qual è il katechon moderno per Peter Thiel?

Lo schema che riemerge è sorprendentemente coerente con la tradizione della teologia politica novecentesca. Di fronte alla minaccia di un ordine globale regolato, omogeneo e post-politico – l’Anticristo – la funzione di freno non è affidata a istituzioni democratiche o multilaterali, ma a un’alleanza tra élite tecnologiche e Stato americano. Palantir è interpretabile come Katechon algoritmico: un apparato di sorveglianza predittiva che anticipa il caos e riporta l’ordine nella società. È il codice che si fa argine teologico, neutralizzando ogni minaccia prima che il futuro possa accadere. In questa visione, solo una superpotenza dotata di superiorità tecnologica può proteggere l’umanità dal collasso finale.

È qui che si colloca l’idea, formulata esplicitamente da Alex Karp, cofondatore di Palantir, di una Repubblica Tecnologica: uno Stato che integra apparati di governo, intelligence e Big Tech in un’unica infrastruttura decisionale. Una superpotenza americana che agisca come custode eterno della storia. Teoria non priva di contraddizione, e se fosse il dominio della tecnica targata Silicon Valley ad imporre uniformità e omologazione? Qui entra in gioco l’uso consapevole della tecnica che non va demonizzata ma se finisce fuori controllo rischia di travolgerci.

Gli imperi si muovono sulle mappe. Politica, potenza, lo scontro in atto

La cartografia prova a raffigurare con la massima precisione un mondo che sfugge alle rappresentazioni definitive, soprattutto perché è molto difficile descrivere su una superficie piana un pianeta sferico. Le war room ad alta tecnologia nelle quali si dilettano gli strateghi delle grandi potenze, non sono poi tanto diverse dalle mappe distese sui tavoli sotto le tende da campo allestite da Napoleone. Le mappe sono uno strumento di lotta politica, ambizione e proiezione di potenza, ma le tattiche studiate a tavolino molto spesso non sono sufficienti, bisogna cogliere le occasioni, affidarsi all’imprevisto come la nebbia sopra Austerlitz che il 2 dicembre del 1807 aiutò le truppe francesi a vincere contro austriaci e russi.

La dottrina del Lebensraum, rimossa dopo che i nazisti l’avevano fatta propria, riproposta sotto l’etichetta rassicurante di geopolitica, è tornata a guidare le ambizioni degli Imperi moderni, Stati Uniti, Cina e Russia. Con la globalizzazione un solo grande spazio è disponibile per chi ha ambizioni. I sovranismi sono avvisati, siamo in pieno neoimperialismo, con tanto di occupazione fisica del territorio, una riedizione, forse parodistica, degli antichi imperi. Così ciascuno si fa la propria mappa a seconda delle esigenze.

Trappole e cartografi

Friedrich Ratzel, acclamato cartografo nato a Karlsruhe nel 1844, allora capitale del granducato del Baden, pioniere anche della “geografia politica”, inventò il termine Lebensraum nel 1901. Parola sottile e dura. Nata come teoria difensiva, si trasforma in concetto offensivo e la prima a impadronirsene è la Prussia che diventa il pilastro del Secondo Reich. Lo stesso Ratzel sosteneva che lo sviluppo di un popolo è influenzato dalla situazione geografica, e una società che si è effettivamente adattata a un territorio tende logicamente a espandere i confini del proprio paese ad altri territori. Ma decidere dove andare e come non è così semplice. Le mappe non corrispondono proprio sempre alla realtà fattuale degli spazi. Tutte le carte appese ai muri e distese su un tavolo sono simulazioni, innanzitutto perché la terra è rotonda. E la prima difficoltà, come già anticipato, è illustrare una sfera in una superficie piana. Le carte come le leggiamo oggi sono il risultato del lavoro del fiammingo Gerhard Kremer (nome italianizzato in Gerardo Mercatore) il quale fece rotolare un cilindro e come base di partenza scelse la sua proiezione centrale. Tecnica considerata valida anche per le carte nautiche. La costruzione di una mappa è un’operazione assai delicata, che comprende due diverse fasi: la triangolazione e il rilevamento topografico. Mercatore pubblicò la sua prima carta nel 1569, poi cominciò a costruire un grande atlante fino alla sua morte nel 1594.

La più misteriosa, e anche la più ambita, oggi è la carta dell’Artico. La difficoltà iniziale di Mercatore che non riusciva a disegnarlo, è stata risolta ed oggi abbiamo mappe abbastanza precise del Polo Nord e dell’intero circolo polare. Google maps dal 2012 può mostrare dettagli prima ignoti e luoghi difficilmente raggiungibili se non in aereo o in nave, ghiacci permettendo. Ad esempio Cambridge bay, un piccolo centro nella regione Kitikmeot nel Nuvavut, è il territorio canadese più vicino al Polo, abitato da poco più di 1500 persone di etnia Inuit. Fra quelli in cui si è spinto lo Street View, può essere considerato il più remoto, mentre la zona più a nord è in Alaska. Pur potendo osservare con la precisione dei satelliti ogni albero e casa, c’è sempre una mappa dei desideri delle nazioni che da quelle parti si contendono le vie migliori per il passaggio a nord-ovest.

In Europa non possiamo scherzare su queste cose e non ci riferiamo al colonialismo guidato da mappe spesso immaginarie e politicamente aggiustate. Né a futuribili scontri tra i ghiacci. La memoria deve tornare a tempi recenti al 1991 con le guerre in Jugoslavia. Quello è stato il momento nella recente storia europea dove è tornato in campo il Lebensraum. Croati e sloveni contro Serbi, poi serbi e croati contro i bosniaci, kosovari e montenegrini contro i serbi, con e senza violenza. Settanta anni prima, con la sconfitta degli Imperi centrali nella Grande guerra e con la dottrina dei dodici punti del presidente americano Wilson, furono ridisegnati i confini d’Europa, dalla Francia alla Russia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1945, la vittoria anglo-americana ha introdotto in modo definitiva la sovranità limitata. In Occidente la Polonia del 1939 era un paese multietnico e multireligioso, poi è diventato tutto polacco e cattolico dopo il 1945 con l’espulsione dei tedeschi. Al contrario, nell’area centro-orientale la Jugoslavia e la Cecoslovacchia hanno messo insieme popolazioni che si sono poi separate, con il sangue nei Balcani, dopo il crollo dell’Urss, il grande sorvegliante. Mappe etniche, religiose e politiche che hanno riacceso la fiamma identitaria ma hanno anche animato odio e diffidenze.

A volte i pasticci cartografici nascondono qualcosa di più grande, quello che i politologi insistono a chiamare “ordine mondiale”. Il sistema globale non ha più un centro, ne ha molti, ognuno dei quali cercherà di proiettare il potere in qualsiasi modo possa servire i propri interessi. Per quelli che la sanno lunga, sarà hard power o soft power, ma sempre di potere e potenza si parla, non di smancerie diplomatiche. È in arrivo un’epoca multipolare?

La spartizione che i tre grandi, Stati Uniti, Cina e Russia vorrebbero realizzare oggi, almeno a giudicare dall’imprevedibile Trump, dal misterioso Xi e dal gelido Putin, tutti pronti almeno sulla carta ad una nuova suddivisione delle sfere d’influenza, nasconde il seme di un tragico fallimento e l’illusione che gli altri stiano a guardare e ad accettare passivamente.

Lo ha detto chiaramente al Forum di Davos, il primo ministro canadese Mike Carney che in un memorabile discorso ha smontato tutte le ipocrisie sul diritto internazionale e si è rivolto alle medie potenze affinché reagiscano alla prepotenza dei colossi. Alla rassegnazione, Carney ha contrapposto con un’espressione paradossale “Il potere dei senza potere”, riprendendo il titolo di un libro di Vaclav Havel. “Le medie potenze debbono unirsi perché se non si siedono attorno al tavolo diventano il menu”. Un messaggio rivolto anche a noi europei di smetterla di accodarci, di fare gli spettatori e di rientrare nella Storia con grande stile e senza bonarie reticenze.

Fabrizio Corona colpisce ancora

Fabrizio Corona il fotografo, l’insolente, il pluricondannato, l’estorsore, il narcisista, il maledetto, la vittima, il vendicatore. Sarebbe lungo l’elenco degli aggettivi che ruotano intorno a questo personaggio, dipende dal punto di vista, dagli umori e dalle eventuali simpatie o antipatie. Quel che è certo è il suo talento per l’affabulazione e una capacità indomita di reinventarsi. Quando tutti lo consideravano ormai ai margini della scena, Corona è riapparso nell’agorà virtuale come il cavaliere vendicatore dei torti del sistema-spettacolo di cui un tempo era tra i protagonisti. Prima hanno bloccato i profili social e il canale youtube della sua trasmissione  intitolata “Falsissimo” (parodia di “Verissimo”), pochi giorni dopo ha ricaricato quasi tutti i contenuti, annunciando nel frattempo, una serie di spettacoli al teatro. Insomma, se l’agorà virtuale prova ad espellerlo, lui si riprende lo spazio fisico e il contatto diretto con il pubblico. Ed è tutta una baldoria carica di aspettative per le nuove rivelazioni.

Falsissimo è il format che Corona ha avviato circa un anno fa a puntate spalmate su più episodi. Da Garlasco, a Gaza, passando per Fedez, la curva dell’Inter, le contese tra Totti e Ilary Blasi, fino ai siluri sparati contro i pezzi grossi di Mediaset. Il primo ad essere colpito è stato Signorini, poi sono arrivati gli attacchi a Pier Silvio Berlusconi, Maria De Filippi, Jerry Scotti e tutta il caravanserraglio.  Lui che della Società dello Spettacolo era un fuoriclasse, adesso è il vendicatore postumo per eccellenza. Quello che Corona ha sempre compreso di sé è che la sua sfrontatezza narcisistica diventa prodotto mediato, altro che il famoso quarto d’ora di celebrità di Andy Wahrol, qui la ricerca è permanente ed effettiva.

“Falsissimo” andrebbe preso sul serio, non tanto per quello che dice, da non sminuire, ma perché incarna bene l’ultimo approdo dell’inchiesta giornalistica nell’epoca degli algoritmi, del frastuono dei social network, della mitomania di massa, dell’iperstimolazione dei contenuti e del basso livello di attenzione. Dal punto di vista drammaturgico è un cocktail di giornalismo d’inchiesta, trash, televendita e serialità, con le puntate divise per episodi.

Corona decostruisce il sistema e le sue narrazioni. Gli va riconosciuto un talento per la suggestione ipnotica. Quella cosa che ti spinge dopo un po’ a non prestare troppa attenzione a quello che dice, ma solo a come lo dice. Si entra in un flusso continuo di celebrazione del suo Ego, come nella serie Netflix a lui dedicata dal titolo “Io sono notizia”. Per noi ci sembra più adatto il titolo dell’opera di quel filosofo stravagante che fu Max Stirner che scrisse “L’Unico e la sua proprietà”. E chi è l’Unico se non Fabrizio Corona. Nelle sue invettive è incorniciato in uno sfondo nero con una luce tagliata che arriva da sinistra, una penombra che suggerisce: sto per dirti qualcosa che devi sapere. Poi stacchi rapidi, primi piani e pause teatrali seguiti da “ora vi faccio vedere una cosa” e ti mostra una foto, un video, una chat, che andrebbero a comporre tutti gli indizi di colpevolezza.

La maldicenza e dell’imboscata sono inserite nel carattere italiano più che altrove. Corona si immagina come l’eroe cacciato dalla società dello spettacolo che torna per vendicarsi di quella società che conosce troppo bene nei suoi vizi e virtù. Corona si trova bene nel suo ruolo: il cattivo consapevole, il manipolatore che confessa, il vendicatore per mezzo del pettegolezzo. Il gossip non è un sottoprodotto della tv commerciale o dei tabloid, ma una forma d’arte arcitaliana, quasi un genere letterario con i suoi maestri. Nella celebre lettera del 13 ottobre 1806, scritta a Jena, Hegel descrive Napoleone come un individuo straordinario che col suo agire rappresenta l’essenza stessa dello Spirito del tempo. Fabrizio Corona non ha la stoffa dell’Imperatore, ma è quello che più si adatta allo spirito del tempo: multiforme e contraddittorio.

Il ritorno

Stay tuned

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